Qualche settimana fa, al Museo dell’Ara Pacis a Roma, è stato presentato l’ultimo volume della collana PiPPo, disponibile nelle librerie da luglio: Ara Pacis. Le voci di una storia, scritto da Cristiana Pezzetta e illustrato da Gioia Marchegiani sotto la supervisione delle storiche del Museo e con il patrocinio della Sovrintendenza Capitolina dei Beni Culturali. Durante l’incontro, Lucia Spagnuolo (Museo dell’Ara Pacis), Paolo Canton (editore di Topipittori) e le autrici, moderati da Valentina Gnesutta (Sovrintendenza Capitolina), hanno svelato le curiosità, i retroscena e le difficoltà dietro al progetto di un libro per i più piccoli dedicato a uno dei monumenti più significativi dell’antica Roma. Abbiamo chiesto alle due autrici di condividere le loro riflessioni anche sul blog, partendo da Cristiana Pezzetta, che ha realizzato i testi.
[di Cristiana Pezzetta]
Quando ci è stato proposto questo progetto, cosa di cui sarò eternamente grata tanto alla committenza quanto all’editore, ho pensato da subito che sarebbe stato difficilissimo.
L’Ara Pacis è un monumento con una storia che attraversa per intero più di 2000 anni, se pensiamo che la forma che vediamo adesso risplendere nella teca Meyer è stata ricomposta solo alla fine degli anni ’30 e che la teca attuale, opera architettonica a sua volta, ha sostituito la precedente nel 2006. Ogni elemento rappresentato sulle pareti dell’Ara Pacis, umano o vegetale che sia, significa sé stesso ma anche molto altro, dando accesso a una miriade di elementi simbolici e metaforici legati agli intenti della committenza in un periodo storico di radicali cambiamenti politici e sociali nella Roma del I sec. a.C..

Già solo questo basterebbe a rendere difficile un progetto divulgativo. Se poi si pensa che i destinatari del libro sono i bambini questo restituisce la complessità del quadro all’interno del quale insieme con Gioia abbiamo lavorato.
Quello che ho cercato di fare e che ho imparato negli anni, con una certa ostinata fatica, è stato raccontare l’antico, tenendo a bada la tentazione di riscriverlo, facendone una sorta di breviario per bambini, con un preponderante approccio scientifico che annoierebbe un giovane lettore.
Inoltre la richiesta della committenza è stata fin da subito chiara, non desideravano una narrazione didascalica, il libro doveva costituire, come è scritto anche nella quarta di copertina, uno strumento per accompagnare i bambini nella visita al monumento e per scoprire, anche attraverso il libro, la bellezza e la ricchezza dell’Ara Pacis.

Quindi da dove cominciare?
Avendo la fortuna di vivere a Roma, ho pensato che prima di tuffarmi nella ricerca bibliografica e delle fonti, sarei dovuta tornare all’Ara Pacis, a un contatto diretto con il monumento e con la sua monumentalità: camminarci intorno, accostarvisi, salire fino all’ara interna, ti fa percepire non solo la sua grandezza in termini fisici ma ti consente di osservare nel dettaglio ogni singola parte del fregio, sia quello vegetale che il rilievo della processione umana, posto al di sopra. Da qui siamo partite con Gioia, visita dopo visita, ogni volta si aggiungeva un particolare, una visione che sembrava rendere il lavoro sempre più delicato.

Poi a un certo punto nello scarto tra la mia misura umana e quella dell’Ara Pacis si è aperto uno spazio nuovo e antico allo stesso tempo, di osservazione e riflessione, condiviso con la mia compagna di viaggio perché la diversità del nostro guardare potesse diventare anch’essa occasione di ricerca e ascolto.
Ho prestato nuova attenzione ai particolari delle specie vegetali, più di 50, presenti sulla superficie del fregio, o ai protagonisti della processione, a quella forma così speciale di altorilievo che fa sporgere dalla cornice alcuni dei piedi dei familiari di Augusto, richiamando l’attenzione dell’osservatore a quella contaminazione tra tempo storico e tempo presente. Mi sono chiesta allora se ci fosse e dove si trovasse il confine tra il tempo passato e la nostra quotidianità. Quei piedi che sporgono nel vuoto sono lì a ricordarci che un avvicinamento è possibile a patto di non piegare l’antico a spiegare questo nostro complicato presente.

Sono stata così investita dallo stesso senso di meraviglia che mi colpiva da bambina quando attraversavo la città, guardando la valle del Foro Romano, o mi immergevo nella lettura di Quo Vadis?, il romanzo con cui Henryk Sienkiewicz vinse il Nobel per la letteratura nel 1905, e che io lessi in una riduzione per la scuola. Da bambina avevo la netta percezione che quello che accadeva nel libro o doveva essere accaduto tra le rovine del Foro Romano, per le strade della Roma antica, in qualche modo aveva a che fare anche con me e io volevo a tutti i costi leggere, scoprire, poterci stare dentro. Non c’era una ragione precisa, né un adulto che mi avesse spinto a questo, era semplicemente una parte profonda e antica di me che desiderava mettersi in relazione con ciò a cui per qualche strano motivo sentiva di appartenere. Penso siano le ragioni imperscrutabili dei bambini cui spesso gli adulti non fanno nemmeno caso.

Ho fatto appello a quel vissuto di bambina per raccontare l’Ara Pacis. A quel senso di immersione e di meraviglia, nel quale ogni cosa può accadere.
E in effetti nel mio racconto accade che il fiume nel suo gorgoglio incessante si rivolga al lettore in una lingua tutta sua, lo inviti a prestare attenzione alla sua voce d’acqua, come accade che a parlare sia anche la terra del Campo Marzio, oggi invisibile sotto strati di asfalto e cemento, o il bambino di marmo, nipote di Augusto e principe ereditario, raffigurato all’interno della processione.

Da questo sentire sono passata alla ricerca nelle fonti, a partire da quelle antiche. La bibliografia sull’Ara Pacis è letteralmente sterminata, moltissimi studiosi si sono occupati di questo monumento. Ho orientato la mia ricerca su quegli aspetti che mi sembravano più interessanti per un giovane lettore, ma anche così la mole di dati accumulata è stata ingente.

Quindi mi sono fermata e ho fatto in modo che i dati raccolti e quel senso di meraviglia e curiosità provato dalla me bambina potessero incontrarsi, lasciando che da quella forma di ascolto potesse venire fuori una narrazione nella quale l’io adulto potesse farsi da parte per fare spazio a una osservazione che sapesse cogliere i dettagli da dentro.

A proposito di immersione e di meraviglia, recentemente ho letto un saggio del prof. Cimatti, docente di semiotica e teoria dei linguaggi all’università della Calabria. Nel suo lavoro, L’occhio selvaggio. Sul lasciarsi vedere, Cimatti discute dell’atto del vedere come atto percettivo del soggetto vedente sull’oggetto veduto. “L’occhio, ovviamente, vede, tuttavia questo non vuol dire che sia fatto per vedere, nel senso usuale del verbo «vedere». Il vedere, nella nostra tradizione, è il gesto sovrano attraverso cui il corpo del soggetto percettivo prende possesso del mondo; […] quest’occhio sovrano finisce per essere un occhio disattento perché troppo lontano da ciò che sta vedendo. […] Per vedere la complessità serve tempo, attenzione, pazienza, soprattutto vicinanza. […] Si tratta sempre della stessa operazione: rinunciare alla posizione sovrana dello sguardo, rinunciare al proprio potere di tirarsi fuori dal mondo. Si tratta di stare nel mondo, raccontandolo attraverso le immagini”.

Mi hanno fatto molto riflettere le sue parole, mi sembra che abbiamo a che fare con la necessità di uno sguardo che sente, percepisce, prima di sapere, una visione attenta che si lascia sorprendere.

Quello che infatti sostiene per tutto il saggio Cimatti è la possibilità di restituire alla realtà del mondo un’esistenza non in funzione del linguaggio che la anticipa e la rende visibile, finendo così “per vedere quel che la lingua, che si pensa attraverso di noi, ha deciso che stiamo vedendo”, ma in quanto realtà nella quale chi vede può immergersi, superando la distanza che l’occhio sovrano ha. Per questo, secondo Cimatti, “il visibile, propriamente, è invisibile. Quel che vediamo, in realtà l’abbiamo già visto, perché da sempre sappiamo che il visibile è, appunto, ciò che pazientemente si offre al nostro sguardo (nella forma di una parola, appunto n.d.r.). […] Il visibile sarebbe davvero visibile se potesse essere visto non in quanto già visto, bensì se riuscissimo a vederlo non come appunto lo vediamo, o lo possiamo vedere, noialtri umani, ma come il mondo stesso lo vede. Il visibile lo potremmo vedere se potessimo vederlo con gli occhi di un animale, di una nuvola, di una pietra, di un pomeriggio di primavera. È noto che un pomeriggio di primavera non ha occhi. Ma questa obiezione è talmente scontata da non avere alcun valore. Solo se accettiamo l’impossibile prova di vedere il mondo come lo vede qualcosa che nemmeno ha occhi, solo allora potremo vedere il mondo nel suo splendore”.

Imparare a vedere con gli occhi di una nuvola, di un fiume, di un pezzo di terra può diventare un utile esercizio di decentramento, un’occasione per fare spazio e provare a ristabilire una relazione meno gerarchica e dunque di potere con ciò che non parla, o forse semplicemente parla una lingua che noi umani non comprendiamo, per coglierne la sua essenza e la sua meraviglia.
Cimatti riconosce proprio all’infanzia la specifica caratteristica di avere questo sguardo “tattile” per via della sua prossimità a una “[…] visione umana che ha a che fare non con quello che si pensa, o dice, del mondo, bensì con il mondo così come appare, al nostro sguardo meravigliato”.

La memoria di quello sguardo meravigliato mi ha sostenuto nel cercare un sentiero narrativo che mettesse in relazione l’infanzia e il mondo antico, che restituisse ai lettori bambini la possibilità di essere lo sguardo del mondo, uno sguardo capace di credere alla voce di un fiume, alla voce di un pezzo di terra, su cui il monumento viene edificato, da ultimo, ma non per importanza, uno sguardo capace di credere alla voce di un bambino di marmo, seppure antichissimo e distante da noi, ma in grado di divenire la voce meravigliata e attenta di ogni bambino, in ogni tempo.

