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Poi lo sguardo sale

Note da un progetto alla Biblioteca comunale “Adriana Marsella” di Cisterna di Latina

Che cosa accade quando il pensiero dell’albo illustrato esce dalla pagina e incontra un edificio? Alla Biblioteca comunale “Adriana Marsella” di Cisterna di Latina, un intervento site-specific realizzato da Cecilia Campironi attraversa gli spazi di Palazzo Caetani mettendo in relazione immagini, architettura, corpi e percorsi. Figure, animali, dettagli nascosti, soglie, scale e grandi superfici bianche costruiscono una lettura che non segue un ordine unico e cambia con la posizione di chi guarda. Il progetto si inserisce in una storia già passata per la sala Zero6 e interroga la biblioteca come luogo in cui l’esperienza estetica può entrare nella vita quotidiana, senza sostituire i libri ma preparando nuove possibilità di incontro con essi.

[di Danilo Di Camillo, Cartastraccia, Cecilia Campironi]

La Biblioteca comunale “Adriana Marsella” si trova a Cisterna di Latina, nel complesso monumentale di Palazzo Caetani. Le sale sono alte, attraversate da archi, finestre profonde, scale, pilastri, tiranti, canaline. Il tempo ha lasciato nell’edificio misure diverse, irregolarità, punti in cui gli occhi si fermano e altri che li spingono più avanti.

Anche la biblioteca è stata pensata perché vi si possa stare. Sedersi, attendere, leggere, alzare lo sguardo. Gli scaffali non occupano tutta l’altezza delle pareti; sopra i libri rimane una grande porzione di bianco. La vista può salire, seguire le volte, attraversare una soglia, raggiungere il soffitto.

È in questo spazio che Cecilia Campironi ha cominciato a lavorare.

Ma il lavoro era cominciato prima. Con l’Associazione Cartastraccia si erano già condivisi anni di letture, incontri con bambine, bambini e famiglie, insieme a un confronto nato dentro la pratica stessa della biblioteca: sui modi di abitarla, sulle relazioni che vi prendono forma, su ciò che può accadere fra persone, libri e spazi.

Prima ancora, l’associazione aveva incontrato Cecilia Campironi. Da quel rapporto era nato il poster di promozione “25 buone ragioni per portare un bambino in biblioteca”, pubblicato da AIB e poi raccontato su queste pagine: un lavoro in cui quel modo di pensare la biblioteca come corpo dinamico aveva già trovato una forma, insieme alle immagini di Cecilia.

Qualche anno dopo quelle immagini entrano nella sala Zero6. Il loro linguaggio viene ripensato nello spazio attraverso l’intervento site-specific di Cecilia, nell’ambito di una co-progettazione tra la biblioteca, Gonzagarredi Montessori e l’Associazione Cartastraccia. Durante le visite guidate e le letture quella stanza non smetteva di essere letta, e non sempre allo stesso modo.

Nel dicembre 2025 quella possibilità si allarga agli altri ambienti della biblioteca.

«Quando ho iniziato a lavorare alla biblioteca, la prima immagine che mi è venuta in mente è stata quella di un libro gigante: un libro di circa 50 metri quadrati, abbastanza grande da poter essere attraversato. Quasi subito però mi sono resa conto che questa metafora rischiava di essere limitante. Non si trattava di ingrandire delle immagini e trasferirle su una parete. Quello sarebbe stato solo un cambio di scala, non un vero cambiamento di linguaggio. La domanda che mi sono posta è stata piuttosto: cosa rimane del pensiero di un albo illustrato quando il supporto cambia? Cosa succede quando qualcosa progettato per essere guardato da vicino, tenuto in mano e sfogliato, diventa un ambiente?»

Cecilia ha ragionato mettendo in moto le mani: ha disegnato, ingrandito, stampato su carta, ritagliato.

Prima del colore sono arrivate le figure di carta. Per pochi giorni sono rimaste appoggiate ai mobili, fissate alle finestre, sospese ai corrimano, accostate agli angoli. Venivano spostate, allontanate, rimesse. Un corpo trovava posto vicino a una porta; un animale provava a girare una parete; una pianta cercava la propria altezza lungo un pilastro.

L’opera non era ancora sui muri, eppure aveva già iniziato a percorrere la biblioteca.

La prima osservazione avviene di sabato. In biblioteca sono in corso le letture di Prendi e Scopri e Nati per Leggere, curate dall’Associazione Cartastraccia per bambine e bambini 0–2 e 3–6 anni e le loro famiglie. Cecilia incontra così, fin dall’inizio, non soltanto l’architettura di Palazzo Caetani, ma una biblioteca mentre viene abitata.

«Il primo gesto, quindi, non è stato disegnare, ma entrare nello spazio. Prima di immaginare le immagini ho dovuto osservare la biblioteca: le proporzioni, i passaggi, le aperture, il modo in cui le persone abitavano quel luogo. La struttura non era un’unica tabula rasa da riempire, ma aveva già una sua identità: diversi ambienti collegati tra loro, porte, scale, cambi di altezza, passaggi e punti di vista continuamente diversi. Lo spazio aveva una sua anima e una sua narrazione prima ancora che arrivassero le immagini. Il mio lavoro non è stato quindi progettare su uno spazio, ma progettare con uno spazio.»

Quell’osservazione non si esaurisce in quel sabato. Nei mesi successivi, mentre dipinge, Cecilia continua a guardare la biblioteca e, nei ritagli di tempo, immagina come proseguire l’intervento. Il progetto prende forma anche così: facendo, osservando, tornando a fare.

La richiesta non era illustrare un tema né decorare le sale. Il campo è rimasto libero, dentro una tensione condivisa: dare forma a presenze capaci di continuare oltre il primo incontro.

Il motore del progetto è stato il suo linguaggio pittorico.

Linee nette, colori misurati, figure colte dentro un gesto. Personaggi, animali, creature, mezzi, alberi, frammenti di paesaggio. Non compongono una vicenda unica. Ciascuna presenza apre una possibilità e la lascia viva.

«Non cercavo quindi un tema da rappresentare, ma un’atmosfera. Un clima capace di tenere insieme immagini diverse senza chiuderle in una storia unica.»

Un pilastro diventa tronco senza smettere di essere pilastro. Un angolo accoglie un rovo. Una canalina prosegue nel corpo di una figura; un tirante diventa asse, traiettoria, slancio. Due lettori compaiono capovolti lungo una modanatura. Un animale svolta davvero dietro una parete. Una porta divide un cavallo in due. Le scale distribuiscono apparizioni lungo la salita e la discesa.

Cecilia non ha nascosto ciò che interrompeva la superficie. Lo ha guardato abbastanza a lungo da riconoscervi un appiglio.

Una conduttura assorbita dall’abitudine torna visibile quando una creatura sembra attraversarla. Una rientranza acquista profondità. Il grande arco centrale diventa soglia. In alto, dove la sala si apre, il soffitto accoglie stelle, voli, traiettorie. Qualcosa chiama verso zone che di solito restano fuori dal campo visivo.

Ed è qui che ritorna l’albo.

Non perché le pareti siano diventate pagine, ma per il modo in cui l’esperienza si dispone: attraverso successioni, intervalli, ritorni.

Come un albo, si può percorrere e si può tornare indietro.

Come un albo, ogni lettura conserva qualcosa delle precedenti e trova qualcosa che prima non c’era.

Come un albo, non si può spiegare tutto a parole.

Come in un albo, le immagini non si esauriscono.

Ma qui il supporto è un edificio.

«Una cosa che ho ritrovato nel lavoro nello spazio è stata una logica molto vicina a quella dell’albo illustrato: non progettare immagini isolate, ma costruire relazioni. Nel libro ogni immagine dialoga con quella precedente e con quella successiva. Il significato nasce anche nell’attesa di ciò che arriverà dopo, nel momento del passaggio, nel margine tra una pagina e l’altra. Anche qui ho iniziato a lavorare così.»

Una figura ne richiama un’altra dall’altra parte della sala. Un particolare intravisto sopra una porta modifica ciò che viene dopo. Altrove due pareti si rispondono e invitano quasi a un gioco delle differenze. La soglia ha il tempo di una pagina voltata; la scala cambia ritmo; l’angolo introduce una cesura.

Il percorso resta aperto.

Si può entrare dalla sala principale, fermarsi davanti a un pilastro, proseguire verso le finestre, tornare indietro. Scoprire prima una creatura in alto e soltanto più tardi la figura che sembra risponderle dal basso. Ogni attraversamento compone un ordine provvisorio.

«Ho prodotto una serie di personaggi e situazioni senza sapere ancora esattamente dove sarebbero andati a finire. In un secondo momento, trovando la loro collocazione nello spazio, hanno iniziato a creare relazioni nuove. Un personaggio che guarda in una direzione suggerisce un collegamento con un altro elemento distante. Due figure che inizialmente non avevano nulla in comune sembrano improvvisamente incontrarsi perché la loro posizione nello spazio crea una relazione. Sono nate così delle piccole narrazioni che non avevo previsto inizialmente, generate non solo dal disegno, ma dalla distanza, dalla posizione e dal rapporto tra gli elementi. Il progetto è diventato quindi un equilibrio tra impostazione e improvvisazione: costruire una struttura iniziale, ma lasciare che lo spazio e le immagini suggerissero sviluppi nuovi.»

Anche il corpo stabilisce il tempo.

Occorre avanzare, arrestarsi, inclinare la testa, voltarsi. Talvolta sedersi. O sdraiarsi a pancia in su. Da una poltrona o da un tappeto la parete cambia; una presenza prima nascosta emerge; il soffitto entra nella visione.

Anche la scala cambia. Alcune figure si vedono da lontano, altre chiedono di avvicinarsi. Una chiave compare tra i ripiani. Una piccola porta affiora dietro i libri. Qualcosa si lascia trovare soltanto sopra uno scaffale.

«Nel libro la distanza tra occhio e immagine è relativamente stabile. La pagina definisce un campo preciso e io posso controllare cosa mostrare e cosa lasciare fuori. Nello spazio, invece, non mi trovavo davanti a una semplice parete da riempire, ma a un insieme di superfici diverse: muri con inclinazioni, altezze e profondità differenti, aperture, passaggi, elementi architettonici che modificavano continuamente il modo in cui le immagini potevano essere viste. Un’immagine doveva funzionare a diverse distanze e da diversi punti di vista: doveva essere riconoscibile da lontano, ma anche offrire dettagli da scoprire avvicinandosi. Doveva convivere con la luce, con l’architettura e con gli elementi già presenti.»

Il piacere non nasce soltanto dal trovare, ma dal poter restare.

Seguire una linea, perdere una figura, ritrovarla. Accorgersi che il bianco non è assenza, ma la distanza necessaria perché le immagini respirino. Lasciare che l’occhio scelga, devii, ricominci.

Nel lavoro di Campironi il brulichio conserva misura. Le presenze sono molte, ma le superfici rimangono aperte. Tra una scena e l’altra resta aria. I colori orientano senza saturare.

C’è chi vede subito ciò che un altro oltrepassa. C’è chi riconosce un gesto. Chi torna scopre, dopo tempo, una figura che sembrava non esserci. Il luogo cambia con la posizione di chi guarda.

«La differenza più grande tra progettare un albo e progettare uno spazio riguarda il controllo. Nel libro il tempo è più costruito. Decido cosa viene visto prima e cosa dopo, dove creare una pausa o una sorpresa. Anche quando rompo la sequenza, lavoro comunque dentro una struttura precisa: la pagina, la doppia pagina, il gesto del voltare. Nello spazio della biblioteca questo controllo diminuisce. Non posso stabilire un unico percorso di lettura né prevedere tutti gli incontri tra le immagini. Non progetto più una sequenza di lettura, ma delle condizioni perché possano nascere letture diverse. Questa è stata forse la trasformazione più interessante: passare dal guidare lo sguardo al creare occasioni di sguardo.»

Qui il vuoto ha una misura concreta: la distanza fra due muri. Il tratto che separa una sala dall’altra. Il tempo necessario per salire una scala e incontrare, al piano successivo, qualcosa che era già cominciato più in basso. È ciò che rimane fra due presenze e permette a chi passa di stabilire un legame.

Il senso non viene consegnato. Si forma.

Il 23 maggio 2026, con l’inaugurazione degli spazi, le immagini entrano nella vita quotidiana della biblioteca. 

«Forse la differenza più interessante rispetto all’albo è che nello spazio i personaggi smettono di appartenere soltanto all’immagine. Le figure disegnate e le persone che frequentano la biblioteca condividono lo stesso luogo. Questo modifica il rapporto tra immagine e pubblico: le immagini non sono più solo qualcosa da osservare, ma qualcosa che entra in relazione con ciò che accade intorno. Il vuoto narrativo qui viene modificato dalla realtà: dalle distanze, dagli incontri casuali, dalle situazioni impreviste.»

Le immagini non spiegano la biblioteca e la biblioteca non spiega le immagini. Si modificano a vicenda. Palazzo Caetani offre al disegno le proprie altezze, le irregolarità, i mutamenti della luce. Il disegno restituisce all’edificio parti che l’uso quotidiano aveva reso silenziose.

Anche la biblioteca, allora, viene letta.

Vengono letti i muri, le aperture, le distanze. Il modo in cui una figura rimane sola dentro una grande superficie chiara, oppure si raccoglie vicino a un’altra. Ciò che appare subito e ciò che tarda.

Questa esperienza non sostituisce i libri. Li prepara.

Una biblioteca pubblica custodisce anche questa possibilità: non soltanto offrire opere, ma rendere possibile il loro incontro. Fare del piacere estetico una parte della vita comune. Permettere che un soffitto trattenga quanto uno scaffale, che un’attesa diventi occasione per accorgersi di qualcosa.

Il lavoro di Cecilia Campironi non occupa la biblioteca. La rende più leggibile.

Forse l’infanzia affiora proprio qui: nella disponibilità a sollevare gli occhi, a seguire una figura oltre una porta, a non chiedere subito dove conduca.

«Per questo progettare una biblioteca e progettare un albo sono pratiche vicine: entrambe lavorano sul ritmo, sulle relazioni, sui vuoti, sulle possibilità. Ma il passaggio da una all’altra non è semplicemente un cambio di formato. È un cambio di condizione: la lettura rimane un atto dello sguardo, ma nello spazio si intreccia con una dimensione più complessa, fatta di luoghi, tempi e relazioni che non possono essere completamente controllati.»

Le immagini continuano a muoversi anche da ferme, perché ogni ritorno le dispone in modo diverso. Si viene per scegliere un libro, partecipare a un incontro, aspettare qualcuno, attraversare una sala.

Poi lo sguardo sale. 

E la lettura è già cominciata.

***Questa storia sarà raccontata e le riflessioni approfondite sabato 26 settembre, dalle 10.30 alle 12.30 nella tavola rotonda “Lo spazio della lettura: libro e biblioteca come campo di esperienza” in programma a Roma presso la Biblioteca Baldini, in occasione delle Giornate Europee del Patrimonio e nell’ambito del progetto Prendi e Scopri 2 di Hamelin, sostenuto dal Cepell. Intervengono Amalia Maria Amendola, Antonella Agnoli, Cecilia Campironi, Danilo Di Camillo, modera l’incontro Leyla Vahedi.