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La camera delle meraviglie

O il posto dove i cassetti non si chiudono mai

Vi presentiamo un’altra novità dell’autunno 2026: La camera delle meraviglie di Sergio Ruzzier, uscito negli Stati Uniti come The Room of Wonders nel 2006 e dopo vent’anni arrivato finalmente in Italia. Come e perché sia nato questo libro ce lo racconta l’autore, insieme a Ilaria Tagliaferri.

[di Ilaria Tagliaferri]

C’è una casa, in ogni infanzia, dove un cassetto non si chiude bene. Dentro ci sono troppi biglietti del tram, tappi, conchiglie rotte, un bottone trovato per strada che sembrava d’oro. Nell’albo La camera delle meraviglie, Sergio Ruzzier ci fa entrare in quella casa, o meglio in quel cassetto, dove però le cose non sono affatto disposte alla rinfusa, ma con un ordine ben preciso. Scopriremo un vero e proprio inventario del superfluo, che diventa necessario. Pubblicato per la prima volta nel 2006 come The Room of Wonders da Farrar, Straus and Giroux, l’albo ha vinto la Parents’ Choice Gold Medal e ha contribuito a far conoscere il lavoro di Ruzzier negli Stati Uniti, fino alla prestigiosa Sendak Fellowship del 2011, quando fu scelto da Maurice Sendak per trascorrere un mese a disegnare e confrontarsi con lui.

Il protagonista della storia è Pio Pelosi, un topo collezionista dall’aria assorta, con il naso all’insù e un gran sacco che porta sulle spalle. Mentre passeggia per boschi, al mare o anche in città non guarda davanti a sé, ma per terra (a dispetto del suo naso) e raccoglie oggetti dalla forma insolita e interessante: qualche pelle di serpente, un rametto dalla forma strana, pezzetti di vetro levigati dall’acqua, una vecchia fotografia sbiadita, una lettera mai consegnata. Sono proprio questi oggetti a riempire il suo sacco, che svuota una volta tornato a casa, dove sistema ogni cosa con cura maniacale e amore assoluto, lungo le pareti della stanza più grande: la sua camera delle meraviglie. Un luogo luminoso e ordinato, dove scaffali e pavimento disegnano tante diagonali che portano dritte al punto di fuga: le colline che si intravedono dalla finestra. Un invito a osservare con calma i tanti oggetti esposti. La camera è uno spazio speciale, è al chiuso ma dialoga con ciò che sta fuori attraverso la conservazione dei suoi pezzetti più strambi, ed è anche un museo domestico pieno di presenze preziose. E infatti amici e curiosi arrivano da molto lontano per vederla, perché Pio per ogni oggetto ha una storia da raccontare. Tranne che per uno.

Al centro della stanza, dentro una teca di vetro come fosse il pezzo più prezioso, c’è un piccolo sasso grigio, dall’aspetto ordinario. Brutto, dicono tutti. “Perché tieni qui questo sasso? [...] Rovina tutta la collezione. Dovresti buttarlo via”. A forza di sentirselo ripetere, Pio Pelosi fa quello che non avrebbe mai voluto fare: prende il suo sasso preferito ed esce di casa per andare a gettarlo nel fiume.

Quello che succede dopo spetta ai lettori scoprirlo, e dopo la lettura (o anche durante) saranno proprio i bambini ad avere probabilmente voglia di raccontare che cosa li lega a certi strani oggetti che tengono al sicuro nel loro cassetto. Ricordo di aver parlato di questo libro con Giovanna Zoboli in una giornata di sole invernale, proprio mentre camminavamo su una spiaggia piena di sassi, guardando a terra. A pensarci bene, credo che non abbia scelto casualmente quel luogo per raccontarmi di quanto tenesse alla storia di Pio Pelosi. Una storia che sta nello sguardo: quello di chi, entrando in una stanza piena di oggetti, invece di chiedersi “a cosa servono?”, pensa piuttosto a chi li ha raccolti e si chiede “chissà cosa ha visto?”. E a proposito di sguardi, per capire meglio quello che Sergio Ruzzier ha avuto per questo suo libro, abbiamo pensato di rivolgergli qualche domanda cercando, tra le altre cose, di farci aprire la sua personale stanza delle meraviglie.

Cosa ti ha ispirato a scrivere la storia di Pio e della sua collezione?

Quando ero piccolo, se mi capitava, camminando, di dare un calcio a un sasso, mi sentivo in obbligo di raccoglierlo e di tenerlo con me, per una specie di senso di colpa. Per cui posso dire che l’ispirazione per questa storia è il senso di colpa. Che comunque, insieme all’ansia, mi sembra essere il motore principale di quasi tutte le mie azioni.

C’è una sorta di messaggio che vorresti trasmettere ai lettori attraverso questa storia? 

Sinceramente nei miei libri non mi sono mai preoccupato di trasmettere alcun messaggio, e se un giorno dovesse capitarmi di inserirne volutamente uno spero che qualcuno avrà la pietà di sopprimermi.

Cosa rappresenta per te la “meraviglia” nella vita quotidiana?

Per rispondere mi faccio aiutare dalle parole del Tommaseo: “La sorpresa […] va dall’oggetto all’animo; la maraviglia, dall’animo si porta quasi all’oggetto. […] Può la cosa sorprendere di terrore o d’altro affetto; poi, ripensandovi, destare maraviglia. Può sorprendere di maraviglia in sul primo”. Aggiungerei che la meraviglia appartiene ai bambini, e forse a qualche pazzo. Quando si cresce, a poco a poco sparisce: c’è chi riesce a mantenerne un po’, ma la maggior parte degli adulti la perde per sempre.

Questo libro è uscito negli Stati Uniti nel 2006. Ci racconti com’è nato?

The Room of Wonders è stato uno dei miei primissimi libri pubblicati negli Stati Uniti, ed è quello a cui forse sono più affezionato. Ero già a New York da una decina d’anni e lavoravo soprattutto come illustratore per giornali e riviste. Ero anche riuscito a illustrare alcuni libri, ma ero comunque un po’ frustrato, sentendo di non avere ancora trovato la mia strada. Un giorno, trovando il suo numero nell’elenco telefonico di una cabina in Union Square, ho chiamato Peter Sís, praticamente autoinvitandomi nel suo studio, che allora era a NoHo. Quando ha visto i miei lavori mi ha suggerito di contattare la sua editor, Frances Foster, che conoscevo di fama, essendo stata tra l’altro la editor di Leo Lionni. Insomma, incontro Frances Foster, le piacciono i miei disegni e le mie idee, e mi invita a pensare a una storia per un libro a figure. Io all’inizio avevo un po’ paura, non essendo ancora a mio agio nello scrivere in inglese. Poi però, con il suo prezioso aiuto, sono riuscito a mettere insieme questa storia. Frances era un’editor molto intelligente e altrettanto sensibile. Riusciva a farti capire se e dove c’erano dei problemi senza dirtelo direttamente. Negli anni poi siamo diventati amici. Purtroppo non c’è più.

Se potessi aggiungere un nuovo oggetto alla camera delle meraviglie, quale sarebbe? 

Un altro sassolino grigio. O addirittura farei collezionare a Pio solamente sassolini grigi tutti uguali, come del resto avevo pensato in una prima stesura del libro.