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I colori non hanno temperatura

[di Francesca Chessa]

Ricordo un regalo che mi fecero i miei genitori quando ero bambina: delle tempere, dei pennelli e un grande blocco di fogli. Potevo passare ore a mescolare i colori e a riempire le pagine. I fogli erano sottili e con l’acqua si incurvavano, creando delle piccole onde che finivano per diventare parte del disegno. Ancora oggi mi piace quando la carta si muove e cambia sotto il colore.

Amavo soprattutto i rossi e gli arancioni. Mi sembravano forti, quasi troppo grandi per stare dentro il foglio, e avevo la sensazione che venissero verso di me. I blu, gli azzurri e i rosa mi davano invece una sensazione opposta. Sembravano più lontani e facevano andare lo sguardo oltre il foglio.

Da bambina non sapevo spiegarmi questa differenza. Molto tempo dopo ho scoperto che c’era qualcosa di vero in quella sensazione: alcuni colori sembrano avvicinarsi a chi guarda, mentre altri sembrano allontanarsi e portare lo sguardo più lontano.

“I colori che sono vicini al rosso sono generalmente considerati caldi e quelli verso l’azzurro sono considerati freddi. Il fuoco, la luce solare e il tepore prodotto dalla circolazione sanguigna sono tutti associati al caldo. Il colore del cielo, delle montagne lontane e delle acque fredde è generalmente azzurro. […] Queste ragioni ci portano naturalmente ad associare il rosso, l’arancione e il giallo al caldo e l’azzurro, l’azzurro verde e l’azzurro violetto al freddo” (1). Ma davvero i colori possono essere caldi o freddi? Uno dei primi studiosi a riflettere sul significato dei colori fu Johann Wolfgang Goethe, che nel 1810 pubblicò la Teoria dei colori. A differenza dell’approccio scientifico di Isaac Newton, interessato soprattutto alla natura fisica della luce, Goethe osservava il colore dal punto di vista dell’esperienza umana. Per lui il rosso e il giallo evocavano energia e calore, mentre il blu suggeriva pace, freddo e introspezione. L’effetto di calore del giallo, secondo Goethe, si avvertiva “nel modo più netto, se si guarda un paesaggio attraverso un vetro giallo, specialmente in grigie giornate d’inverno” (2). Dell’azzurro, invece, scriveva: “Come vediamo azzurri il cielo alto e i monti lontani, così anche una superficie azzurra sembra arretrare dinanzi a noi” (3). 

Quella intuizione avrebbe trovato, più di un secolo dopo, una formulazione precisa nel lavoro di Johannes Itten, artista e insegnante del Bauhaus a partire dal 1919. Nella sua Arte del colore, Itten inserì il contrasto caldo-freddo tra i sette contrasti fondamentali alla base della sua teoria del colore, mostrando come la percezione della temperatura cromatica potesse essere “l’essenziale strumento per rendere la prospettiva e l’illusionismo plastico” (4). Per Itten, il contrasto termico non si esprimeva soltanto nella polarità caldo-freddo ma poteva essere percepito anche attraverso coppie come “ombreggiato-soleggiato, trasparente-opaco, riposante-eccitante, sottile-denso, celeste-terrestre, vicino-lontano, leggero-pesante e umido-asciutto” (5). Ma da dove nasce, in fondo, questa associazione tra colore e temperatura, tra vicino e lontano? Deriva, in gran parte, dall’esperienza e da associazioni antiche che il nostro cervello continua a riconoscere ancora oggi, spesso senza che ce ne rendiamo conto. 

Un esempio è il fenomeno della prospettiva aerea, per cui nell’osservare un panorama ci accorgiamo dell’aumentare della distanza constatando che i contorni diventano meno nitidi e più sfumati così come i colori tendono verso l’azzurro. Oppure, se guardiamo una fotografia di una spiaggia al tramonto e, subito dopo, una di un paesaggio innevato, è molto probabile che la prima scena ci sembri scattata a una temperatura più calda della seconda, così come i rossi del tramonto ci sembreranno più caldi degli azzurri invernali. Il nostro cervello interpreta quei colori sulla base delle esperienze accumulate nel corso della nostra esperienza. Parlare di colori caldi e freddi come di categorie rigide sarebbe una semplificazione. Come scriveva Josef Albers nel suo Interazione del Colore, Esercizi per imparare a vedere, “esistono dei blu caldi e dei rossi freddi, all’interno della loro gamma di sfumature” (6).

Lo stesso identico colore cambia personalità semplicemente modificando ciò che lo circonda, dalla luce, dal contesto e, soprattutto, da ciò che il nostro cervello ha imparato ad associare a ciò che vede. Per questo molti artisti e designer preferiscono parlare di temperatura relativa del colore. Ogni tinta può diventare più calda o più fredda semplicemente modificando la propria dominante cromatica o il contesto in cui viene osservata. Un grigio può apparire caldo se accostato a un blu chiaro e freddo se collocato vicino a un marrone. È un principio che troviamo continuamente intorno a noi, spesso senza rendercene conto. Il mondo della fotografia e dei social media sfrutta quotidianamente questi meccanismi. Alcuni prediligono palette calde, dominate da beige e dalle terre perché evocano accoglienza e connessione con la natura. 

Al contrario altri ricorrono più di frequente a blu e grigi per comunicare precisione, controllo e affidabilità. A volte non scegliamo i colori in modo del tutto razionale, ma sono loro, silenziosamente, a influenzare il modo in cui percepiamo uno spazio, un oggetto, un brand o perfino una persona. I colori caldi e freddi non esistono come proprietà oggettive della luce, esistono però nella nostra percezione, nella memoria e nelle nostre esperienze. Sono il risultato di migliaia di anni di osservazione e di un cervello che cerca continuamente significati nelle immagini che lo circondano. I colori non hanno una temperatura: siamo noi ad attribuirgliela attraverso ciò che abbiamo imparato a vedere. E forse è proprio questo che rende ancora oggi, per me, così interessante quel ricordo di tempere e pennelli: mentre cercavo semplicemente di riempire un foglio di colore, stavo già imparando, senza saperlo, che i colori non stanno mai soltanto sulla carta: alcuni sembrano venirci incontro, altri ci fanno arretrare lo sguardo, alcuni ci scaldano, altri ci allontanano. E nessuno di loro, in realtà, ha una temperatura.


NOTE:

(1) Betty Edwards, Il nuovo Disegnare con la parte destra del cervello, Longanesi, Milano, 2017, pag.224

La nota è di Walter Sargeant in The Enjoyment and use of Color, 1923. Qui si può sfogliare il libro: https://archive.org/details/enjoymentuseofco00sarg_0/mode/2up

(2) Johann Wolfang Goethe, La teoria del colore, Il Saggiatore, Milano, 2014, pag.191

(3) Johann Wolfang Goethe, La teoria del colore, Il Saggiatore, Milano, 2014, pag.193

(4) Johannes Itten, Arte del colore,Edizione ridotta, Il Saggiatore, Milano, 2002, pag.46

(5) Johannes Itten, op cit. pag.46

(6) Josef Albers, Interazione del colore, Il Saggiatore, Milano, 2005, pag.111