Piccoli esercizi dentro l’immagine

[di Letizia Soriano]

Si è concluso nel maggio 2023 E se diventi Farfalla un progetto fortemente voluto e promosso dal Centro Zaffiria fondato nel 1998 da Alessandra Falconi, la quale è anche coordinatrice di tutti i suoi progetti nonché responsabile del Centro Alberto Manzi.

Zaffiria, che da sempre si occupa di collaborare con le scuole e con gli insegnanti per promuovere maggiore consapevolezza all’educazione ai media, negli anni è riuscita a creare un ponte tra il mondo del digitale e quello dell’analogico attraverso la progettazione e la realizzazione di diversi supporti: installazioni interattive, vocabolari visivi per adulti migranti (Calepino, progetto Migrant Liter @cies) e mostre per bambini e famiglie in collaborazione con festival e musei.

E se diventi farfalla si inserisce a pieno titolo nelle attività sopra descritte: è un progetto culturale ed educativo contro il disagio e le povertà educative rivolto a 140.000 bambini e bambine in Italia, selezionato dall’impresa sociale Con i bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, che ha potuto sperimentare in nove regioni italiane (Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Puglia, Sicilia, Veneto, Basilicata, Toscana) la creatività come risorsa per combattere la povertà.

Negli anni E se diventi farfalla ha reso le scuole del territorio un punto di riferimento per le famiglie anche in orario extrascolastico con orari di apertura stabili, servizi nei mesi invernali o estivi a seconda delle esigenze territoriali, le ludoteche, i centri per l’infanzia, le biblioteche, le Pinacoteche e i musei del luogo, potenziandone la programmazione rivolta sia ai bambini sia alle famiglie. I genitori hanno potuto accedere in modo gratuito a opportunità culturali ed educative mirate, hanno sperimentato nuove modalità di relazione, hanno collaborato a iniziative pubbliche con risultati manifesti (installazioni, materiali gioco, mostre gioco…).

Io ho avuto l’enorme fortuna di partecipare all’ultima parte di questo progetto, durato in tutto sei anni, attraverso la Ludoteca Le lune nel pozzo ospitata dal Centro Civico della mia scuola, sul territorio riminese. In collaborazione con le atelieriste del Centro Zaffiria abbiamo attivato un ciclo di laboratori dedicati a bambine e bambini della scuola primaria e dell’infanzia. Ogni laboratorio prevedeva la presentazione di un albo illustrato e di diverse attività legate alle installazioni presenti nella mostre-gioco, per un totale di tre mostre ospitate nel solo anno scolastico 2022/2023: la prima dal titolo Architetture effimere, ideata con Hervé Tullet e Keiko Shiraishi, la seconda: Per giocare l’arte attraverso La valigetta del narratore, gli alberi e il frottage di Carlo Elle e David Ill, l’ultima: Dentro l’immagine ideata da Vincent Mathy.

Tutti i mercoledì pomeriggio la ludoteca veniva aperta alla città con lo speciale invito a partecipare rivolto ai residenti del quartiere multietnico in cui la scuola ha sede. Sono stati mesi intensi in cui abbiamo accolto bambini e famiglie di varie età e provenienza e partecipato con le nostre classi anche agli atelier mattutini.

Ogni lunedì due atelieriste, Grazia Ricci e Filomena Galvani, ci hanno accompagnato nelle attività di scoperta e sperimentazione delle mostre attraverso attività manuali, letture a tema, momenti di gioco, di scambio e di dialogo utili a sollevare riflessioni sui percorsi esplorati. Tutti momenti formativi molto importanti senza i quali i bambini della mia scuola non avrebbero mai avuto l’occasione di scoprire artisti che muovono possibilità di lavoro così variegate, tantomeno di frequentare gratuitamente uno spazio così diverso dalla classe.

Ma forse la parte più importante di questo progetto ha riguardato le attività di formazione rivolte a insegnanti, educatori, operatori culturali e bibliotecari, a cui abbiamo avuto il piacere di partecipare. Nello specifico abbiamo lavorato con Laura Cattabianchi mediatrice multimediale, formatrice e atelierista presso diverse strutture francesi (la Gaîté Lyrique – Centro per le arti digitali e la musica contemporanea a Parigi, la BnF – Bibliothèque Nationale de France, la Souris Grise, IsdaT – Institut des arts de Toulouse, l’ospedale Gustave Roussy) che da anni anima laboratori per bambini e adolescenti con atelier di scoperta e di condivisione, i quali hanno come obiettivo di valorizzare la complementarietà fra media (libri, suoni, cortometraggi, creazione artistica sui tablet).

Laura sviluppa i suoi progetti all’interno dei reparti di pediatria oncologica attraverso la creazione di storie che nascono esplorando i gesti e i suoni della carta. Da queste sperimentazioni nascono poi dei libri che vengono animati grazie anche al supporto dei genitori, nel momento in cui i bimbi sono troppo debilitati a cause delle cure. Mi ha colpito la storia di una bimba che nonostante le gravi difficoltà motorie e la quasi assenza di voce, con l’aiuto della sua mamma, è riuscita a inventare un personaggio che ha appassionato tutto il reparto: un Dinosauro di nome Spaghetti. 

Laura dice che i suoi atelier sono adatti a persone dagli 0 ai 103 anni, ed è per questo che le sue attività si svolgono sia nei centri per le famiglie, quindi anche con bimbi piccolissimi, sia all’interno delle case di riposo. Qui in particolare gli ospiti, anche i più restii a partecipare, una volta chiamati ad ascoltare alcuni suoni, hanno avuto la possibilità di ritrovare ricordi molto forti e inaspettati. Da qui l’idea di trasformarli in biglietti sonori da inviare ai ragazzi delle scuole medie, dal titolo: Je t’envoie.

 

Ti invio il crepitio del fuoco per scaldarti

Ti invio il rumore di un ruscello per farti dormire bene

Ti invio le fusa di miei gatti

 

Ma come nascono queste associazioni? Come riaffiorano questi ricordi?

È stato incredibile anche per me, durante la formazione, scoprire che ciò accade semplicemente manipolando la carta a occhi chiusi, ascoltandone il suono con attenzione. Ogni suono ha il potere di evocare qualcosa che può essere interpretata in maniera del tutto personale, dunque può esserci spazio per ogni interpretazione. Le storie nate grazie alla manipolazione e all’associazione di idee tra questi minuscoli pezzetti di carta hanno saputo raccontare moltissimo anche di noi presenti: infanzie, ricordi lampo, piccoli dolori, abitudini, vicinanze, momenti felici.

Con Laura Cattabianchi non è un caso che si lavori a occhi chiusi perché tra le sue attività c’è anche l’impegno con la Federazione Nazionale delle Istituzioni Pro Ciechi-onlus. L’ascolto attento, la creazione di storie, la scrittura in braille ma anche il disegno, sono alla base delle proposte che vengono portate ai bambini i quali, come racconta, dimostrano di avere molte più idee rispetto ai bambini che invece possono vedere, probabilmente perché sono più abituati a rimanere concentrati, ad ascoltare.

La nostra formazione è proseguita con un laboratorio collettivo in cui abbiamo messo insieme i suoni scaturiti dalle varie attività registrandole con il supporto di alcune App musicali, così da creare un grande orchestra digitale. Laura ci ha lasciato aperto lo spiraglio di una possibilità del tutto nuova riguardo l’integrazione dei due mondi: l’utilizzo del digitale (così tanto temuto eppure così tanto praticato sia dagli adulti sia dai bambini) e quello dell’analogico, con l’idea di un approccio ironico, funzionale, collettivo. E poi l’idea che gli strumenti tecnologici possano essere vissuti come una chiave di lettura invisibile che, se ben gestita e ben progettata, può aprire a un altro tipo di consapevolezza e a tante possibilità operative anche dentro la scuola. Il pensiero che questa sia realmente una materia nuova per tutti, che forse davvero, per la prima volta, stiamo imparando insieme ai bambini, mi è sembrata una cosa importante, uno squarcio che si apre e sul quale continuare a riflettere.

Assieme a lei abbiamo potuto ascoltare anche il percorso lavorativo dell’illustratore belga Vincent Mathy (L’ecole de loisirs) la cui mostra-gioco ospitata tra aprile e maggio 2023, è stata per noi teatro di attività e pensieri inaspettati. I piccoli esercizi è una giocosa introduzione al mondo della grafica, appositamente progettata per bambini e famiglie, un viaggio che interroga i fondamenti dell’immagine. Una mostra nata riflettendo sul costante aumento della quantità di immagini a cui siamo esposti fin dalla tenera età, in contrasto con la diminuzione del tempo dedicato alla loro lettura. Attraverso sei moduli giocabili in totale autonomia, ma costituiti da forme geometriche che acquistano senso tra di loro, i bambini e le bambine hanno avuto il tempo e la possibilità di analizzare, comprendere, costruire delle immagini in modo libero -dunque senza libretto delle istruzioni- ma con una chiarezza d’intenti ben visibile. La mostra è stata prodotta con Le signe, centro nazionale di grafica e prima di arrivare nella nostra scuola, nell’aprile del 2023 è stata presentata e “giocata” a Chaumont in Francia dall’8 febbraio al 26 marzo.

Le ispirazioni iniziali rispetto alla progettazione di questo lavoro Mathy le ha trovate grazie a Steinberg (i cubi bianchi e neri) e a Munari (per il libro Couchè da lui realizzato, presente nella mostra).

Vincent Mathy ha voluto approfondire insieme a noi l’idea di una grammatica delle immagini che a suo dire, è ben più faticosa di quella delle parole perché è presente in ogni cosa e necessita di essere studiata e approfondita in tutte le sue forme e manifestazioni. Tutto è immagine, anche le lettere che compongono le parole, e quasi tutto prima di essere realizzato è stato disegnato: i vestiti che indossiamo, le finestre della nostra casa, le strade, i palazzi, i parchi gioco dei bambini. Proprio da qui si è sviluppato un altro aspetto del suo lavoro che riguarda lo studio dell’evoluzione dei parchi in Francia e in Belgio, a partire dagli anni Cinquanta. Attraverso alcune fotografie di quegli anni, che Mathy ha portato con sé e ci ha mostrato, abbiamo potuto osservare come le strutture in passato fossero incredibilmente più alte e potenzialmente più pericolose. Nonostante questo le statistiche di quegli anni ci rivelano che il numero e la tipologia degli incidenti è quasi identico a quello di oggi nonostante l’utilizzo (o, per meglio dire, l’abuso) di materiale plastico utile a proteggere i bambini dalle cadute. Lo stesso materiale che, però, non permette loro di sviluppare il giusto senso dell’equilibrio.

Nell’ultima parte del laboratorio abbiamo progettato, divisi in gruppi, piccoli parchi gioco costruendo le strutture semplicemente con la carta, ma tenendo in considerazione tutte le possibilità di movimento e le necessità di esplorazione dei bambini. Ma anche i momenti di riposo, gli angoli in cui nascondersi, le zone in cui mettersi davvero alla prova. Inutile dire che ciascuno di noi, camminando con le dita in mezzo a scivoli e altalene di carta, è tornato per un attimo alla propria infanzia: nel piccolo spazio dell’A3 anche io sono rimasta incastrata per un po’ in quello scarto temporale.

Poi ho alzato gli occhi e ho osservato il luogo in cui ho lavorato per tutto l’anno: il Centro Civico della mia scuola. Mi sono accorta che pur avendo frequentato le mostre due volte a settimana per diversi mesi, non ci ho mai giocato. Le ho quasi solo controllate e riordinate. Noi adulti abbiamo sempre bisogno che ci venga dato il permesso per fare tutto. I bambini invece si prendono lo spazio, il tempo, l’esperienza dell’esplorazione e fanno quasi sempre cose diverse rispetto a quelle che durante la progettazione di un’attività, o in questo caso di una mostra, ci si aspetta da loro. Fanno domande alle cose in tutte le direzioni. Ho pensato che forse è proprio per questo che abbiamo così bisogno di frequentare l’arte insieme a loro.