Radici Narranti è un libro con testi e cura editoriale di Giulia Mirandola, illustrazioni di Valentina Gottardi (Cocai Design), impaginazione di Manuela Dasser e Veronica Martini (MarameoLab), voluto da Turismo Alpe Cimbra per raccontare il territorio dell’Alpe Cimbra e della Vigolana. Pensato come una "guida non guida", è un progetto corale che, attraverso una partecipazione viva da parte di istituzioni, associazioni e cittadini, nasce dal desiderio di andare oltre la semplice promozione turistica per raccontare storie, visioni, luoghi e relazioni che compongono il tessuto profondo di questi territori.


Giulia Mirandola ha al suo attivo, oltre una delle esperienze più interessanti legate alla cultura dei territori montani, quella del Masetto, la progettazione di diversi libri dedicati soprattutto alla montagna e alla lettura del suo paesaggio, in cui grande attenzione è posta alla relazione fra parole, immagini, grafica e produzione editoriale. Radici Narranti ci ha interessato particolarmente non solo per questo aspetto notevole, ma perché, pubblicazione non in commercio, è destinata agli alunni e alle alunne delle scuole del territorio in questione, come invito a scoprirne i diversi aspetti.
Abbiamo rivolto a Giulia alcune domande. La ringraziamo per averci risposto.


Da cosa nasce la tua attenzione per i luoghi e in particolare per quello in cui sei nata e abiti, la montagna? Al di là di una facile risposta, cioè i sentimenti che ci legano ai posti in cui nasciamo, si ha l’impressione che tu abbia bisogno di interrogarli, di cercare una forma di esplorazione profonda e condivisa.
Da bambina trascorrevo un mese in montagna ogni estate con la nonna e un cugino più piccolo. La proloco del posto organizzava le Settimane ecologiche per bambini. Le nostre guide in quel contesto erano giovani laureate provenienti dal mondo delle scienze naturali e forestali. Ci accompagnavano alla scoperta della flora e della fauna sul campo. Ogni uscita era un’esplorazione nei boschi, nei prati, all’orto botanico, al biotopo. Mi piaceva tutto di questo tempo trascorso in mezzo alla natura con persone adulte che ci educavano a conoscerla, ad ascoltarla, a rispettarla. Da grande la mia attenzione si è spostata su chi vive in montagna, sugli aspetti sociali, economici, culturali, politici. Vorrei aggiungere un tema. A un certo punto il mio legame con la montagna si è rotto. Alcuni luoghi di cui scrivo in Radici narranti mi erano diventati infrequentabili. Può accadere. Quello che voglio dire è che il legame con i luoghi, come quello con le persone, a certe condizioni può entrare in profonda crisi. Radici narranti, da questo punto di vista, si è rivelata per me un’esperienza creativa riparatrice.


La tua passione per la lettura del paesaggio ti ha portato comunque fuori dalla tua città e dalla tua regione, per esempio in Sicilia, in Basilicata, e hai collaborato con la Facoltà di Geografia dell’Università di Padova, dove hai curato una mostra di libri illustrati legati a questi tempi.
Ho iniziato a interrogarmi sul paesaggio quando mi sono accorta che lo vedevo cambiare velocemente sotto l’effetto del suo sfruttamento e del suo abbandono. Mi provoca molto la domanda “in quanti modi può essere guardato e visto un paesaggio?”. Al fondo della questione c’è un argomento che tocca tutti e tutte, l’immaginazione. Educare a leggere le immagini è il mio lavoro da decenni. La letteratura visiva può trovare nel paesaggio occasioni continue per essere praticata. Il paesaggio di cui facciamo parte è sempre aperto gratuitamente alla visione e all’esercizio della lettura di immagini. Il paesaggio è educante.


In un libro di Helen Borten è scritto che il paesaggio è un’immagine meravigliosa fatta di linee, forme e colori. Altri non lo scrivono, ma con le loro illustrazioni è questo il messaggio che esprimono. Al tempo stesso, se guardiamo alla storia della letteratura per l’infanzia, ci accorgiamo di quanto il paesaggio sia un elemento imprescindibile nella definizione del luogo di svolgimento di un numero straordinario di storie, di tutti i generi, dalla fiaba, all’albo illustrato. Solo che tendiamo a non soffermarci su questa presenza, proprio come ci accade fuori dai libri, quando diamo per scontata la relazione con i luoghi che abitiamo o attraversiamo oppure quando non sappiamo più né guardarli, né vederli, né ascoltarli, né dirli.


In questo libro, organizzato come un grande alfabeto da leggere a piacere saltando dalla fine all’inizio e dal centro a dove si vuole, si legge in controluce una scelta attenta e sapiente riguardo alle voci selezionate. Si alternano i temi, della tradizione, della Storia, della natura, del cibo, dell’agricoltura, delle persone, dei mestieri, della musica, dell’allevamento, della politica, dell’arte, degli oggetti e del gioco e di molto altro ancora. Ma si sente anche il piacere di sorprendere, far pensare, seguire un ritmo narrativo, spingere a girare pagine e sguardi. Ovvero il piacere di rivolgerti a bambine e bambini, ragazze e ragazzi.
Sono partita dalla constatazione che esistono fin troppe guide escursionistiche e dal vincolo che Radici narranti non sarebbe mai stata una guida. Ancora una volta pormi alcune domande è stato essenziale. Come potrebbe essere un libro di montagna visto dal punto di vista dell’acqua invece che della roccia? Che mentre parla di queste valli racconta pure molti altri luoghi? Che si accosta al concetto di “radici” senza farne un mito o un falso? Che abbassa il volume alla voce d’autore d’autrice e alza il volume di quella di chi legge? Hai ragione. Non mi interessava fare un libro. Mi interessava fare un libro che fosse una porta aperta sui modi di comunicare, pensare, immaginare di lettrici e lettori. Un oggetto che facesse spazio, non che occupasse spazio.



La natura di questi testi mostra un approfondito e curato lavoro di documentazione. Dove e come hai fatto queste ricerche? Alcune interviste mostrano che hai coinvolto diverse persone. Come sono stati accolti la tua curiosità e il progetto del libro?
Sono stata in tutte le biblioteche delle due valli e alla biblioteca centrale della Sat-Società Alpinisti Tridentina, un luogo affascinante e ricchissimo di fonti. Ho anche fatto molte esplorazioni nei luoghi raccontati, ho cercato di evitare le zone che conoscevo meglio e mi sono volutamente spinta dove sapevo meno e dove ero provocata a cercare di più. Incontrare certe persone è stato fondamentale. Ascoltare qualcuno che ti accompagna dentro il proprio vissuto o la propria visione è una forma di scambio culturale e di attenzione reciproca che sento di praticare meno di quanto vorrei. Sono stata attenta a scegliere testimoni che non sentissero il bisogno di dimostrare di sapere tutto, né di esibire il lato epico, adrenalinico della montagna. Dei loro discorsi mi interessavano non solo i contenuti, ma anche il lessico, il linguaggio, il contesto in cui abitano le loro parole. Per questo due di loro a un certo punto prendono la parola e il mio testo diventa semplicemente la trascrizione delle loro voci. Ecco un altro modo per fare spazio, invece di occuparlo.


Se dovessi definire questo libro in modo molto sintetico, io direi che si tratta di una grande lezione di educazione civica. Una lezione immaginifica e appassionata sotto cui si percepisce la tua passione per l’impegno verso la comunità umana (e verso i bambini in particolare), e per i libri, le parole e le immagini.
Per motivi di lavoro ho la misura di quanti libri siano concepiti per attirare l’attenzione su di sé. A me succede una cosa diversa, mi interessa fortemente che l’attenzione sia puntata verso gli altri, per questo scrivo poco e quando lo faccio è cercando un tipo di scrittura che nasce per dialogare, per fare insieme, per stare bene insieme. Sprecare il tempo è una condizione che mi mette a disagio, perché mi pare essere in contrasto con la vita e con la possibilità che mi è data di viverla attivamente. Sprecare tempo è pure una dimensione che a lungo e spesso mi ha penalizzata e in parte ancora rappresenta uno degli ostacoli sui quali devo concentrarmi forte per evitare che mi travolga. Succede, tuttavia. Il mio impegno è mosso da questa consapevolezza e dal piacere di ricercare il modo migliore per porgere generosamente alla comunità ciò che ho imparato e che so fare bene.



Mi pare che molto abbia contato nella riuscita del libro anche il contributo di chi ha illustrato Valentina Gottardi e di chi impaginato, Manuela Dasser e Veronica Martini. Si legge nel risultato estetico e nella qualità dell’edizione una visione comune che riguarda forma e sostanza.
Oltre a scrivere i testi, mi sono occupata del coordinamento editoriale. Fin dal principio ho proposto alla committenza di realizzare un libro che fosse composto da testi, illustrazioni e fotografie e ho chiamato a collaborare Valentina Gottardi e Manuela Dasser e Veronica Martini dello studio MarameoLab. Viviamo tutte in Trentino-Alto Adige. Conoscevo il lavoro di Valentina Gottardi e la casa editrice da lei fondata con Maciej Michno, Cocai Books, che ha sede a Rovereto, mia città di nascita. Con MarameoLab, in particolare con Veronica Martini, avevo già lavorato, le ho conosciute entrambe da studentesse di grafica alla Libera Università di Bolzano e a mio parere hanno saputo diventare uno degli studi grafici più interessanti e innovativi degli ultimi anni. Poter scegliere loro come compagne di progetto mi ha fatto sentire che potevamo spingerci in una direzione nuova, molto diversa dai canoni legati all’editoria sulla montagna e prenderci la libertà di sganciarci dalla rappresentazione banale del paesaggio di montagna per ottenere un quadro più mosso, complesso, inaspettato, volutamente in fieri. Tutte abbiamo dato il massimo per riuscirci.



Infine, questo libro è arrivato in mano ai bambini e alle bambine. Mi piacerebbe sapere se hai già notizie sul modo in cui è stato letto e accolto.
Ho partecipato alla consegna pubblica del libro in diverse scuole elementari e medie. Alle elementari erano riuniti i bambini e le bambine dell’intera scuola, alle medie gruppi di classi. Mi hanno colpito in particolare tre cose. La prima alle elementari. Ho visto quasi tutti infilare immediatamente la testa dentro il libro non appena ricevuto in mano e tirarla fuori solo dopo un po’. La seconda è avere notato che ricevere un libro tutto per sé provoca una enorme soddisfazione nelle persone giovani che vivono questa esperienza alla quale evidentemente non sono abituati. La terza è una frase che ho sentito pronunciare da alcune bambine di classe I: “Maestra impariamo presto il minuscolo perché vogliamo leggere tutto il libro da sole!”.


