Questo articolo è uscito sull'ultimo numero, il 9, della nostra rivista semestrale 48. Il tema degli articoli è la fotografia: come e perché entra nei libri illustrati, in che modo e perché educa all'osservazione e insegna a guardare, come la usano gli illustratori per raccontare. Oltre a Pia Valentinis, hanno scritto per noi Massimiliano Tappari, Elena Dolcini, Marcella Marraro, Elisabetta Mitrovic, Giulia Mirandola, Luca Reffo e Francesca Todde. Trovate 48 in tutte le Case dei Topi (di cui trovate l'elenco completo qui). Se non avete una Casa dei Topi vicina, chiedete alla vostra libreria di fiducia di ordinarla all'agente ALI della vostra zona.
È mia abitudine guardare in giro.
Quando cammino fuori di casa mia osservo le cose anche attraverso l’obbiettivo fotografico, ma questo non fa di me una fotografa. Il mio mestiere, quello con cui mi guadagno da vivere, è illustrare.
Un illustratore racconta un testo attraverso le immagini. Cerca di rendere un concetto o una narrazione con una o più figure. Naturalmente questo si può fare in tanti modi diversi. Sogno un libro collettivo di illustratori che amo, in cui tutti raffigurano la stessa scena. Ma non credo sarebbe un successo commerciale.

Esistono libri illustrati da fotografie: quindi i fotografi possono essere anche illustratori (e viceversa).
Tradurre in parole quello che si vede, cercando di essere precisi e dettagliati, è difficilissimo.
Per le mie illustrazioni uso tante foto di riferimento: una per ogni elemento dell’immagine che cerco di realizzare. Invento poco. Non riesco a disegnare a memoria, ad esempio, una bicicletta. La devo guardare. Questo vale anche per i castelli, i lampadari e i lampioni. Uso foto che trovo in rete, oppure cerco nel mio archivio. A volte passo più tempo a cercare immagini di riferimento che a realizzare il disegno.

Conosco un tizio che restava disteso nei prati pomeriggi interi a copiare orchidee. Avrebbe potuto scattare foto e disegnare a casa, ma era più contento così.
L’obbiettivo è una piccola cornice da cui vedo una porzione delle cose: aiuta a mirare.
Isolando una piccola parte del mondo posso lasciare fuori dettagli che non mi piacciono. Ad esempio, se c’è un’auto che copre la facciata di una casa, posso alzare l’obbiettivo. Se invece disegno dal vero la stessa scena, ignoro l’auto e immagino quello che c’è dietro.
Oppure lascio alcune parti incomplete.
Non cerco di fare foto belle, ma narrative.
Fotografo paesaggi, ambienti, scorci e cose che mi sembrano interessanti. Le figure umane non le riprendo quasi mai: ho timore di invadere uno spazio che non è mio. Ė strano, perché guardo molto le persone e non mi sento particolarmente invadente per questo. Le cose cambiano se tra me e loro si frappone un obbiettivo. Se non avessi lo scrupolo di essere importuna, fotograferei solo gente, ferma o in movimento.

Illustrazione di Pia Valentinis per Fare figure, collana 2.10, Topipittori 2025.
Faccio stampare su carta solo i ritratti.
In generale non amo essere fotografata, ma, se sto disegnando, lo scatto diventa sopportabile. Non faccio selfie e neanche autoritratti. Essere ritratti attraverso un disegno è un’esperienza interessante e insolita.
Nelle situazioni particolarmente felici, momenti in cui condivido con altri la leggerezza dello stare insieme, fotografo le persone che sono con me. Mi è capitato di organizzare foto di gruppo perché eravamo ben assortiti. Non ho mai pensato di disegnare un gruppo in posa.
La mia fioraia mette allegria solo a guardarla, ha sempre fiori in mano e un modo di fare brusco e gentile allo stesso tempo: questo la fa percepire sincera. L’ho fotografata di spalle una volta. Poi, un giorno, stavo inquadrando con il cellulare la sua vetrina fiorita e lei si è sistemata davanti, con un gran sorriso.

Illustrazione di Pia Valentinis per Fare figure, collana 2.10, Topipittori 2025.
Quando scatto una foto, mi basta sollevare la macchina fotografica o il cellulare, inquadrare il soggetto e scattare.
Se invece faccio uno schizzo dal vero, muovo la mano con la matita (o la penna) sul foglio e alzo la testa. Guardo prima il soggetto e poi il foglio diverse volte, non ne basta una.
Con le polaroid cerco proprio inquadrature che potrebbero essere disegni. Siccome ho una macchina un po’ difettosa, spesso ottengo degli effetti che non avevo previsto. Gli errori sono sempre sorprendenti.
Un disegno sbagliato obbliga a cercare soluzioni. È molto più difficile assecondare gli errori lavorando in digitale, perché si può tornare indietro.
Ho ritrovato antichi miei disegni scartati. Ci avevo scritto sopra: errore illuminante. Dopo tanto tempo, non capisco più quale fosse l’errore.
Se la stampa polaroid è in bianco e nero, assomiglia ancora di più a un disegno. Se volessi riprodurre la stessa immagine con la matita ci metterei ore. L’istantanea mi dà l’illusione della velocità: è qualcosa di inebriante, ma il piacere dura poco.

Illustrazione di Pia Valentinis per , collana 2.10, Topipittori 2025.
Quando riproduco una fotografia, anche se la ricalco, poi necessariamente la devo correggere. Ci sono degli effetti, dovuti alla prospettiva, che nei disegni sembrano sbagliati. La grandezza delle mani, l’inclinazione della bocca, la forma delle gambe e dei piedi, spesso, non possono restare come appaiono nella foto. Ci sono tanti piccoli aggiustamenti da fare, se si vuole ottenere un effetto verosimile, anche se non si punta al realismo.
Perché la copia disegnata sia chiara a chi guarda, spesso è necessario esagerare qualcosa.
Restituire l’effetto del controluce obbliga a fare aggiustamenti di chiari e scuri, intensificando e diradando i segni.
Se copio una foto mossa e voglio che l’effetto sia comprensibile, devo fare una simulazione. Posso rendere l’idea sovrapponendo due disegni uguali leggermente sfalsati. L’effetto “mosso” disegnato proprio come lo vedo, invece, sembra sfocato.

Quando frequentavo l’istituto d’arte, ero iscritta alla sezione di grafica e fotografia.
Si scattavano foto analogiche e poi si stampavano su carta.
In camera oscura non c’erano finestre, lo spazio era piccolo. C’era luce rossa e odore di acidi. Ci sentivamo alchimisti. I fogli di carta fotosensibile erano contati, non si potevano sprecare. In quella stanza sono nati molti amori.
Ho ritrovato alcune foto scattate a scuola. Sono tutte mal riuscite, ma per me preziose: mi aiutano a ridisegnare mentalmente quel periodo.
Anche i disegni mi fanno ricordare circostanze dimenticate. L’ illustrazione di un libro di dieci anni fa può generare in me nostalgia, anche se il soggetto raffigurato non c’entra con il mio vissuto.
Ho assistito a due conferenze di un illustratore uruguaiano.
Durante la prima, mostrava una serie di immagini parlando delle caratteristiche tecniche, delle richieste del committente e del processo creativo.
Nella seconda conferenza presentava le stesse illustrazioni, ma descriveva i retroscena: litigi familiari, scaldabagni danneggiati e telefonate amorose.
Per il pubblico erano stati due discorsi sensati, perché in entrambi i casi si scoprivano rispondenze con le figure. Alla fine, sono andata a stringergli la mano e ci eravamo fatti un selfie.
Non tutte le persone che conosco disegnano, ma tutte scattano foto. Così, spesso, ci si scambia fotografie, magari accompagnandole con piccoli commenti. Scambiare disegni, anche con colleghi illustratori, è più raro.


Illustrazioni di Pia Valentinis per Fotografie sbagliate, Marinonibooks 2024.
Il mio vicino di casa senegalese, che lavora in una serra vicino a Cagliari, scatta foto alle piante che cura per lavoro e ogni tanto me le fa vedere. Ferma il suo sguardo raffinato su immagini colorate e contrastate, sempre molto ordinate.
Quando disegno o scatto una foto, non penso tanto, cerco solo il piacere.
