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Guarda, tutto il mondo parla!

Silvia Vecchini, voce di eccellenza nella poesia italiana per ragazzi, ci presenta la sua nuova raccolta poetica, approdata da poco in libreria, Tutto il mondo parla (illustrazioni di Vessela Nikolova), e lo fa a partire da un laboratorio di lettura e scrittura tenuto a maggio proprio su alcuni testi della raccolta.

[di Silvia Vecchini]

Sotto il tetto fatto di foglie di un albero

siede un cespuglio

e canta.

dai canti dei nativi americani Yuman e Yaqui

*

… sono stato alfabetizzato nel cortile di casa mia, 

all’ombra degli alberi di mango, con le parole del mio mondo, 

e non con quelle del mondo dei miei genitori; 

la mia lavagna la terra del cortile e i ramoscelli, il mio gesso. 

Paulo Freire

*

Al tempo che cadevano le albicocche

il mondo era tutto verde

e noi stavamo sotto una capanna

che era fatta di canne

e di strisce di cielo 

[...]

Nino Pedretti

Questa estate, guidando un laboratorio dedicato alla lettura e alla scrittura, ho avuto il piacere di osservare i bambini nel tempo libero dalle attività. Il laboratorio durava cinque giorni e potevamo trascorrere alcuni momenti all’aperto. Non c’era molto spazio, solo una striscia di giardino esposta al sole con due tavoli e alcune panchine dove l’unica ombra presente era tra i rami di piccoli alberi addossati alla recinzione. Di fatto una sorta di siepe con alcune interruzioni perfette per infilarsi e sparire.

I bambini, dopo la pausa a metà mattina del primo giorno, avevano già esplorato lo spazio e chiesto di avvicinare una panchina ad alcuni alberelli in modo da avere un posto riparato. Con questo gesto fondativo il primo gruppo si è riunito e ha iniziato a progettare. Il secondo giorno, piccoli gruppi di tre, quattro bambini hanno cominciato a raccogliere materiali come rami, pietre, foglie, vecchie piastrelle trovate dietro un cespuglio, lunghi bastoni abbandonati utilizzando ogni elemento per costruire i rifugi e angoli attrezzati.

Mentre li osservavo mi sono tornate in mente alcune pagine del libro Siamo animali poetici di Michèle Petit, edito da Animamundi.

Il saggio, che raccoglie le conferenze che l’antropologa francese ha tenuto in tutto il mondo, indaga il ruolo dell’arte, della letteratura, della bellezza come forza trasformativa in contesti di crisi. Tra i tanti esempi, l’autrice riporta l’esperienza di Mira Rothenberg, un’insegnante che negli Stati Uniti degli anni Quaranta si era occupata di una classe di bambini ebrei provenienti dall’Europa Centrale, orfani o lontani dai genitori. Traumatizzati dalla guerra, senza la propria famiglia, terrorizzati, impossibilitati a comunicare, senza alcuna fiducia, “dallo sguardo di pietra”, violenti, desiderosi soltanto di tornare a una casa che non c’era più.

Michèle Petit riporta l’intuizione di questa insegnante che, non trovando alcun punto di accesso e non riuscendo di fatto a insegnare, approfitta di un momento privo di tensione e inizia a raccontare loro la storia dei nativi americani: 

Raccontai come questi uomini, a cui apparteneva il Paese in cui vivevano, fossero divenuti profughi in quegli stessi luoghi da cui erano stati spodestati. Trovai un libro di poesie degli Indiani che parlavano della terra che amavano, degli animali con cui vivevano, della forza e dell’amore, dell’odio, della fierezza e della libertà. I ragazzi reagirono. Qualcosa si era mosso dentro di loro. Gli Indiani dovevano aver provato verso l’America gli stessi sentimenti che provavano loro per il Paese d’origine. [...] Sgomberammo la classe dai mobili. Vi sistemammo dei tepee e dipingemmo sul pavimento un fiume. Costruimmo canoe e animali di cartapesta a grandezza naturale. [...] Pian piano i bambini cominciarono a liberarsi dalle loro corazze. Vivevamo nei tepee. Mangiavamo lì dentro. Non volevano più tornare a casa.

A distanza di tanto tempo, l’intuizione di Mira Rothenberg resta luminosa. Sceglie una parola e una tradizione legata agli elementi naturali, sceglie i canti di popoli in esilio sulla propria terra, il linguaggio metaforico, la vicinanza al canto e alla tradizione orale, una poesia dove c’è spazio anche per il conflitto o la paura. Tutto questo si era trasformato per i bambini nella possibilità di esplorare prima uno spazio simbolico (quello della classe) e poi quello reale, aveva dato modo di tornare ad abitare case leggere e provvisorie e poi pian piano radicarsi, attingendo sia al gioco che a un sapere che veniva da molto lontano, aveva aperto per loro una “possibilità di riarmonizzarsi almeno un po’ con il mondo e con se stessi poiché i poemi indiani offrivano una terra, fiumi, animali e tutto un universo naturale in cui corpo e psiche potevano espandersi”.

A poco a poco i bambini ripresero forza, coraggio, parola.

Michèle Petit sottolinea il colpo di genio di Mira Rothenberg “di porgere quelle poesie e quei racconti; aveva capito l’importanza della trasformazione di uno spazio per la messa in scena che i bambini avevano voluto realizzare e li aveva accompagnati in tale avventura. Dapprima si trattava di uno spazio immaginato, figurato, con i suoi tepee, il fiume, gli animali, poi un giorno quello spazio si era potuto prolungare in quello reale della città dove si erano avventurati seguendo ancora la traccia degli Indiani e delle loro antiche piste”. 

Michèle Petit, che nel libro parla della letteratura come risorsa in contesti come la guerra, l’esilio, le migrazioni, riflette su questo racconto e sposta la riflessione sull’esperienza con i ragazzi nei quartieri popolari francesi. Consapevole che quei giovani non avevano vissuto tragedie estreme come i bambini rifugiati incontrati da Mira Rothenberg, racconta quello di cui è stata testimone e cioè di come la lettura o l’ascolto di qualcuno che leggeva per loro aveva permesso a questi ragazzi di creare “spazi essenziali per l’espansione del sé soprattutto a coloro che non possono accedere, poco o tanto, a un territorio personale, intimo”. 

Mi interessa questo punto, questo snodo che traccia un collegamento tra dentro e fuori.

L’autrice torna più volte su un’immagine che da sempre utilizzo per indicare di volta in volta uno spazio pieno di possibilità: quello della tenda o della capanna (“uno spazio intimo ma vi si possono percepire luoghi lontani, un altrove. Comunque sia fatta, di tronchi, ramaglie o paglia, la capanna lascia entrare i canti, le voci e i profumi della foresta, insomma, respira”).

Ne ho parlato più volte: la prima in Una frescura al centro del petto. L’albo illustrato nella crescita e nella vita interiore dei bambini (Topipittori, 2019) in relazione alla lettura condivisa come spazio ospitale dove adulto e bambino si possono incontrare e ascoltare a vicenda anche inoltrandosi in territori sottili come la ricerca spirituale, e poi in C’è una poesia che ti aspetta. Pensieri e pratiche per scrivere insieme (Topipittori, 2025) in relazione all’esperienza della poesia come luogo interiore, abitazione leggera e portatile in cammino con noi, luogo di osservazione ed ascolto.

Silvia Vecchini, C'è una poesia che ti aspetta. Pensieri e pratiche per scrivere insieme, Topipittori

In queste occasioni, quello che mi sembrava interessante sottolineare era propria la caratteristica di rifugio, sosta, intimità, vicinanza, confidenza ma allo stesso tempo apertura, permeabilità, relazione dentro/fuori.

Ritrovare questa immagine nella metafora della letteratura in contesti di crisi unita a una sperimentazione che i bambini rendono concreta costruendosi i propri tepee mentre si avvicinano alla poesia e ai canti dei nativi americani mi ha molto colpita.

Da ragazzina, proprio mentre iniziavo a scrivere in versi, incontrando per la prima volta i canti dei nativi americani, ho sentito un grande fascino per l’invocazione, il silenzio, la fratellanza con il creato, il mistero, il Grande Spirito, l’ascolto dei sogni e la guarigione, il mondo come un tessuto di simboli da leggere, accogliere, aprire come un dono riservato a una parte profonda della coscienza.

Il contatto con la natura di cui potevo godere vivendo in campagna amplificava la sensazione di uno spazio che da fuori si apriva anche dentro di me con la scoperta che tutto aveva una voce, tutto poteva parlare.

Questa estate, durante il tempo del laboratorio con i bambini, vedendoli giocare così concentrati ho pensato che si stavano riprendendo un diritto, il diritto al selvaggio lo aveva chiamato Giuseppe Zavalloni e cioè il diritto di costruire un rifugio-gioco nei boschetti, ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi. Dal canto mio cercavo di allargare le maglie della nostra tabella di marcia perché, insieme alla lettura dei libri e alla scrittura, potessero godere della lettura del fuori e scrivere il loro spazio. Quello che per me era un misero rettangolo di verde appena sufficiente a far loro prendere un po’ d’aria, per loro era qualcos’altro. Ho ripensato alle parole di Giorgia Grilli in Bambini, insetti, fate e Charles Darwin, quando scrive che l’infanzia vede il mondo in un modo tutto proprio, “lo vede misterioso e imprevedibile, il contrario di come lo percepiscono gli adulti, per i quali il mondo è qualcosa di ‘dato’, qualcosa che dopo un po’ diventa noto e che finirà per risultare anche monotono, proprio per la loro convinzione di averlo in qualche modo afferrato e fermato una volta per tutte dentro le maglie della propria logica”.

Durante la loro esplorazione e progettazione selvaggia, avevano perlustrato tutto l’ambiente a disposizione, trovato cose nascoste e pericoli. A malincuore li richiamavo mentre sondavano i confini, poi scavavano verso il basso o si sporgevano più in alto che potevano cercando di arrampicarsi sugli alberi. Mi spiaceva interromperli perché sembravano sempre sulla soglia di un segreto.

E il tempo che trascorrevano fuori era un tempo che poi permetteva loro di tornare alla lettura e alla scrittura con maggiore presenza e uno “spazio” interiore più ampio.

Lasciando per un momento da parte le preoccupazioni sul digitale (totalmente condivisibili), dico solo che sono tanti i bambini che in ogni caso hanno un contatto molto limitato con lo spazio naturale, che possono raramente “nascondersi” nella natura, intessere quel dialogo e quella conoscenza, quell’attraversare il tempo e lo spazio con il corpo e i sensi aperti accorgendosi di quello che ci circonda. 

Mentre nell’industria dell’intrattenimento dedicata all’infanzia tutto sembra trasformarsi in un’esperienza immersiva, qualcosa che esalti le caratteristiche della realtà, che renda memorabili alcuni momenti trascorsi con i bambini perché portati sul piano dello straordinario e del fuori misura, sempre più ci perdiamo quello che c’è già ma che sembra rimanere invisibile se qualcuno non lo indica (e purtroppo molto spesso lo vediamo solo quando chi ce lo mostra lo ha trasformato in merce).

Che noi adulti non guardiamo abbastanza da accorgerci è una cosa, che questa perdita possa riguardare i bambini perché esiliati dalla natura, allontanati dall’esplorazione attraverso i propri sensi, sarebbe una sciagura.

David Hockney, I miei occhi sul mondo, Johan & Levi editore

Con Tutto il mondo parla, la mia nuova raccolta di versi, desideravo suggerire questa possibilità di guardare e restare in dialogo con la realtà. Non in una visione nostalgica, ma radicata in quello che oggi i bambini possono sperimentare. Nella raccolta si attraversano le stagioni, all’aperto e al chiuso, si incontrano creature e oggetti, dettagli e sentimenti, gesti e pensieri, c’è la natura e la città, ci sono animali e semafori, la montagna e il teatro, la scuola e la casa, il corpo, la vacanza, gli altri, i compagni, le strisce pedonali e la coda del cane. Tutto parla e ogni cosa si può leggere. Anche i gesti di un adulto in una giornata storta.

Mi piace pensare alle poesie di questa raccolta come piccole tracce dentro le stagioni, briciole sonore di un antico canto o segni di pista sul sentiero. I miei figli, che hanno fatto lungamente l’esperienza dello scoutismo, mi hanno mostrato i segni di pista che si utilizzano durante le escursioni per dire a chi viene dopo “Guarda, qui c’è qualcosa! Qui è meglio che tu rallenti, qui ho trovato delle impronte, qui c’è il sentiero giusto...”. Sono segni che si posizionano sulla sinistra del sentiero per non attirare troppo l’attenzione. Un codice, un alfabeto rivolto a chi sa leggerlo.

Dall'alto in basso, i segni di pista "direzione sbagliata", "direzione da seguire", "pericolo" con esempi pratici di come realizzarli in natura con sassi, rami e fasci d'erba

I bambini leggono ancora prima di saper leggere. Seguono le proprie piste, leggono volti, segni, dettagli, si mettono in cerca di indizi, di segreti, guardano dove noi non guardiamo, stanno attenti ai cambiamenti repentini, sono interessati a tutto. Sempre che abbiano la possibilità di farlo, che lasciamo loro degli spazi di esplorazione, ricerca e incantamento. 

Non si perda di vista che questo lavoro interiore di connessione con l’ambiente non è un ripiegamento intimistico o qualcosa che riguarda solo il singolo individuo.

In diversi passaggi Michèle Petit afferma che “il canto, la poesia [...] permettono di sentirsi ancorati a qualcosa di ben più grande di noi”. Scrive: “I promotori di lettura professionisti o volontari hanno cura di tessere questi legami e rinnovano, giorno dopo giorno, l’arte di proporre idee e attività perché i bambini (o gli adulti) possano affinare l’attenzione, l’ascolto, la curiosità e intrecciare una relazione con il mondo che definiamo naturale” e infine possano “cantarlo” per trovare quel senso di appartenenza che va al di là di clan e di recinti. [...] per i bambini, ancora più che per noi, appartenere non significa unicamente far parte di una famiglia, per quanto questo sia fondamentale, o di una classe o di un gruppo di amici o di un Paese, ma comporta qualcosa di ancora più grande. Bachelard diceva che “il bambino sognatore conosce il trasognamento cosmico, quello che ci unisce profondamente al mondo”.

In questa raccolta di versi, le quattro sezioni dedicate ciascuna a una stagione si aprono con un testo che più o meno esplicitamente parla della poesia (attraverso una foglia, un aeroplanino di carta, il campanello della bicicletta, un’ape). Il testo che apre la stagione dell’autunno, e l’intera raccolta, racconta di una foglia che si appoggia sulla testa di un bambino come se fosse un messaggio da leggere.

Oggi pioveva

e mentre sbocciavano

gli ombrelli tra la gente

l’albero del marciapiede

mi ha posato sulla testa 

una cartolina vegetale.

L’ho letta tutta d’un fiato 

aspettando il semaforo 

diventare verde. Diceva: 

Niente si perde interamente 

e ancora

Guarda,

tutto il mondo parla!

In un’intervista inedita a Franco Battiato (tratta dal materiale di lavorazione del film Quiproquo di Elisabetta Sgarbi presentato alla 68ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Sezione Orizzonti), l’artista racconta: “Al mattino presto, quando il sole è ancora un po’ pallido illumina solo certe foglie che stanno in alto dando a queste foglie un colore così bianco, di una purezza... è l’esperienza mistica del bianco. Del biancore. Quindi... sono segni. Certe nuvole di passaggio, quelle leggere... colori in natura che per me sono linguaggio. Il profumo dei fiori per me è linguaggio [...]. Quando vedi un bambino, se hai l’occhio, non dico acuto, un occhio che guarda come se fosse la prima volta che vede un bambino, tu vedi un essere millenario”.

Nel suo libro, Michèle Petit riporta le parole di Jean Christophe Bailly che fa presente “la necessità di un movimento verso le cose che non sia più quello dello sfruttamento, del profitto e dello scarto, ma quello dello sguardo, del rispetto, dello stupore, l’idea di un’attenzione, di un ascolto vigile, sensibile. Nelle culture tradizionali della maggior parte del mondo esistono esempi di questo tipo di ascolto e della tensione che lo accompagna, ma nello stesso tempo, dappertutto, gli uomini di oggi, e questa sarebbe la loro peculiarità, sono diventati distratti, disattenti, impazienti”.

Un aiuto a ritrovare questo sguardo, questo ascolto vigile e sensibile, può arrivarci dalla poesia e dall’infanzia.

In una delle poesie di Emily Dickinson (448), leggiamo che cos’è un poeta:

This was a Poet – It is That

Distills amazing sense

From ordinary Meanings –

And Attar so immense

 

From the familiar species

That perished by the Door –

We wonder it was not Ourselves

Arrested it – before –

[...]

*

Questo era un poeta - colui che

distilla un senso sorprendente

da significati ordinari -

e un'essenza così immensa

 

dalle specie familiari

appassite alla porta -

che ci stupiamo di non esser stati noi

ad afferrarla - prima -

[...] 

(traduzione di Silvia Bre)

L’accorgersi di ciò che c’è è una delle cose che fa un poeta. Ed è una delle cose che fa un bambino. Scriveva Mario Lodi in Alberi. I bambini non fanno niente per caso... (Casa delle Arti e del Gioco) che “nel bambino l’atteggiamento verso le cose  che scopre e osserva con attenzione e stupore è simile a quello del poeta adulto”.

Lo sguardo dei bambini va spesso dove noi non guardiamo ed è uno sguardo capace di estrarre un senso sorprendente dall’ordinario, di “leggere” ciò che è già scritto nelle cose perché è sempre sulla soglia di una scoperta visto che si è messo da poco all’avventura.

In Siamo animali poetici Michèl Petit ricorda Paulo Freire, pedagogista brasiliano che diceva di aver letto il linguaggio degli alberi di mango nei cambi di stagione, il linguaggio dei rami e del vento e la lettura del mondo gli aveva facilitato l’accesso alla lettura dell’alfabeto.

Mi torna in mente una giornata magnifica trascorsa in primavera a Reggio Emilia.

La mattina ho avuto il piacere di visitare la scuola dell’infanzia Pablo Neruda che da decenni lavora con i bambini sul linguaggio della poesia. Un lavoro straordinario, pieno di amore, ascolto, intelligenza e cura della parola dei bambini. 

Il pomeriggio, al Centro Internazionale Loris Malaguzzi, durante un intervento in dialogo con Elisabetta Borciani, del Laboratorio Rodari dell’Istituzione Scuole e Nidi, e Roberta Moscatelli, insegnante della scuola dell’infanzia comunale Pablo Neruda, ho potuto ascoltare le parole di bambini di 5 anni sulla poesia. Un file audio che mi ha letteralmente rapita. La conversazione era nata da alcune domande sull’origine della poesia all’interno di un percorso fatto di lettura, ascolto, invenzione di pensieri poetici.

Ecco qui la breve trascrizione di un frammento:

Tanto tempo fa le poesie non esistevano, sono arrivate in questo anno (Aidi)

La poesia… la poesia… la poesia è arrivata da quando è nato il mondo eh! (Pietro)

Alcune poesie possono essere arrivate anche quando è venuto il Big Bang… (Giovanni)

Perché la poesia non è scritta dall’uomo, la poesia c’è già lì! Poi ovviamente l’uomo la legge, però non è fatta dall’uomo, si legge così, c’è già! … perché è come… è come se fosse fatto di magia, come se fosse un sogno, ma in realtà è vero (Pietro)

La poesia c’è già... guarda, tutto il mondo parla!

Amo molto le illustrazioni che Vessela Nikolova ha realizzato per questo libro. Credo che il punto di contatto sia proprio il disegno che nasce da un’esperta osservazione della realtà e la presenza dei bambini colti in movimento per un attimo, un battito di ciglia. Vessela è straordinariamente brava a catturare con un segno di matita questi momenti senza imprigionarli e per tutto il libro si ha l’impressione di una grande vitalità. Nella raccolta c’è una poesia dedicata alle nuvole, forse la forma più vicina all’infanzia e alle sue trasformazioni. 

Si addensano allungano incontrano

s’indorano arrossano annerano

rincorrono rallentano riprendono

si stendono si sciolgono svaporano

diventano veleggiano svaniscono

e passano passano passano

e cambiano cambiano cambiano.

O nuvole nuvole nuvole

cosa mai volete dirci?

La stagione dell’infanzia, per chi ha il compito della cura, può sembrare lunghissima in certi momenti, un tempo quasi immobile tanto si è concentrati sul presente. E a scuola, anche se i cicli non sono mai uguali, il loro ritmo può confondere. Per questo ho scelto le stagioni e volevo che la raccolta si aprisse con l’avvicinarsi dell’autunno, la ripresa della scuola, il vero capodanno dei bambini. Ci sembra di procedere in cerchio ma è un’illusione. In questo girotondo avanziamo insieme, grandi e piccoli.

Ed ecco che, nel giro dei mesi e delle pagine, alla fine del libro ci viene incontro un volto che è sulla soglia dell’adolescenza e un’interiorità nuova e più segreta. E questa volta è lei che chiede di essere decifrata.