Il Giardino delle Cose Sparse

Un’installazione immersiva di Consorzio Balsamico
 
Dove finiscono le nostre memorie?
 
Nel giardino le memorie si custodiscono.
Messe a riposo, trovano un posto in cui stare, a dimora.
Alcune memorie chiedono di essere custodite, altre di essere silenziate.
Nel giardino c’è posto per tutte:
per i ricordi, per gli attimi accaduti in un presente che ha avuto significato,
per le cose sperse, che raccontano di noi quando stiamo in silenzio.
 
Il Giardino delle Cose Sperse è un progetto installativo del collettivo di teatro di figura Consorzio Balsamico, sviluppato come riflessione partecipata sulla materia della memoria. Un giardino composto da lunghi steli in fil di ferro su cui sbocciano una moltitudine di ricordi in forma scritta. L’ambiente, fruibile liberamente, prevede alcune postazioni interattive, in cui è possibile scrivere i propri ricordi e lasciarli all’interno dello spazio. A completamento di questo ecosistema narrativo, un vento di voci crea un tappeto sonoro evocativo, dove echi di ricordi parlano agli spettatori. Una vera e propria radio-giardino, in continuo aumento perché, l’ultima delle zone interattive è proprio una postazione audio in cui è possibile registrare la propria memoria e lasciarla libera di continuare a raccontarsi.
 
 
La memoria come materia viva
 
Mi ricordo di nonna che,
quando facevo la pipì,
diceva sempre: “Sento le cascate del Niagara”.
 
La memoria ha la capacità di creare istantanee dell’adesso, fotografie di un oggi, mantenendo vivo ogni squarcio, anche il più piccolo o veloce, nel respiro e nei colori.
Il ricordo continua a esistere, anche dopo molti anni.
 
Mi ricordo di quando papà mi ha insegnato
ad andare in bicicletta senza rotelle.
Era primavera e fuori faceva caldo.
 
Il ricordo continua a parlarci con la voce di quel momento, con le sensazioni di quel momento, con il sentimento di quel momento. E così dura, perdura, prosegue.
Per quanto brevissimo, un ricordo è capace di riempirci enormemente e di accompagnarci per un tempo lunghissimo.
 
Mamma, al mattino, si metteva il rossetto allo specchio.
Così accurata: sembrava una pittrice.
Lo specchio del bagno diventava un quadro.
 
La memoria è una materia strana. Non si lascia afferrare completamente. Scivola, si deforma, si espande. Sa conservare dettagli minimi con una precisione assoluta, un odore, una piega della luce, il rumore di un cucchiaino contro una tazza e cancellare invece interi avvenimenti. A volte sa inventare, altre invece ricuce e trasforma.
Eppure continuiamo a fidarci di lei. Perché è proprio attraverso i ricordi che costruiamo la percezione di ciò che siamo stati e, forse, di ciò che siamo ancora.
 
 
 
Le memorie abitano luoghi
 
Ognuno ha la propria memoria. E questo, a volte, crea inciampo.
 
Ti ricordi dove abbiamo messo lo scotch?
Non avevamo lo scotch.
Sì, almeno due rotoli.
Lo scotch è finito.
Finito? Quando?
 
Non sempre chi abita la tua memoria abita davvero anche la tua vita.
 
Ti ricordi quando abbiamo preso il treno e stavamo per perderlo?
Guarda che eri da sola.
Tu non c’eri? Davvero?
 
La memoria è personale, ma non è mai completamente privata. Si costruisce continuamente nel rapporto con gli altri. Le nostre memorie si intrecciano, si contraddicono, si correggono a vicenda.
Ogni famiglia custodisce versioni differenti della stessa storia.
Ogni amore conserva scene che l’altro ha dimenticato.
Ogni infanzia contiene stanze che soltanto noi sappiamo ancora attraversare.
Ed è forse proprio da qui che nasce la necessità di un luogo. Un luogo in cui i ricordi possano depositarsi senza dover necessariamente spiegarsi. Un luogo in cui sia possibile sostare dentro una memoria, invece di limitarci a raccontarla.
 
 
Il giardino come ecosistema del ricordo
 
Il messaggio di mamma:
“Ho appena piantato le fragole, vorrei che ne sentissi il profumo”.
 
Nei ricordi le distanze si riducono, perché la memoria tiene le cose insieme, in un modo tutto suo. Abbatte certe percezioni: la fatica, la stanchezza, il dolore. Per l’istante del ricordo sembra sparire tutto.
 
Quando mia figlia, a quattro anni dalla nascita,
ha finalmente dormito una notte intera.
 
La memoria si prende la libertà che vuole. Mette e toglie persone dalle situazioni, eventi dalle emozioni, luci a incandescenza nei tramonti in spiaggia.
 
Mi ricordo la prima volta che ci hai detto:
“Questo, sapete, è il sesto tramonto più bello d’Europa”.
Lo sapevamo che non era vero, ma continuiamo a crederci.
È diventato vero per noi.
 
Per questo il progetto prende la forma di un giardino.
Un giardino è un luogo che cresce, cambia, si trasforma. È un ecosistema fragile, fatto di stagioni, cure e sedimentazioni. Ci sono piante che resistono per anni e altre che durano pochissimo. Semi che sembrano morti e che invece, improvvisamente, tornano a germogliare.
Anche i ricordi funzionano così.
Alcuni rimangono in superficie, luminosi, facilmente raggiungibili. Altri si interrano profondamente e riemergono soltanto attraverso un odore, una parola, una musica, una temperatura dell’aria.
 
 
 
Da qui nasce l’intenzione di realizzare un ecosistema fisico, in cui memoria e ricordi possano diventare tangibili.
Il giardino diventa così archivio emotivo, paesaggio mentale, spazio di raccolta.
Un organismo vivo in cui chi entra porta inevitabilmente qualcosa di sé: una frase dimenticata, un volto, un litigio, una cucina, una perdita, una festa di compleanno, una voce sentita da bambini. Nel Giardino delle Cose Sperse il pubblico non assiste soltanto, ma attraversa, cammina, sosta.
Abita.
L’esperienza diventa quindi personale, non lineare, costruita attraverso la propria sensibilità e la propria volontà.
 
 
Animare ciò che non ha corpo
 
Per Consorzio Balsamico l’animazione della materia è da sempre al centro della ricerca artistica. Ogni materiale è narrante in quanto sé stesso: possiede una voce, uno sguardo, un respiro. Da questa peculiarità è nata la curiosità di confrontarsi con una materia ancora nuova e inedita: la materia della memoria.
Una materia difficile da maneggiare, che può farsi scomoda, pesante, ingombrante.
E allora ci si chiede: come si anima una memoria? Che voce le si dà? Come le si dà un corpo?
La compagnia ha deciso di affrontare questo progetto mantenendo il proprio metodo di indagine: un approccio esplorativo in cui ricerca materica e riflessione narrativa si intrecciano e si sviluppano in modi inattesi.
Il Giardino delle Cose Sperse ha debuttato a Milano, all’interno del festival Segnali organizzato da Elsinor/Teatro del Buratto, inaugurando il primo attraversamento pubblico di questo ecosistema della memoria.
È un progetto che mette in relazione arti visive, paesaggio sonoro, drammaturgia materica e partecipazione del pubblico, generando un’esperienza immersiva accessibile a differenti fasce d’età e tipologie di spettatori.
Oggi il giardino è pronto a sbocciare in nuovi contesti e nuove geografie artistiche.
 
 
Come una primavera
 
Il primo verso delle rondini
quando arriva la primavera.
 
Le memorie vivono nei corpi, negli oggetti, nei gesti che ripetiamo senza accorgercene, nei luoghi che attraversiamo ogni giorno, nelle cose lasciate nei cassetti.
Le cose sperse, appunto. Di cui disseminiamo la nostra vita senza accorgercene.
Ma non solo.
Possiamo decidere di lasciarli anche in un giardino.
Un luogo dove sostare abbastanza a lungo da riuscire a sentire ancora, per un istante, il rumore lontano delle cascate del Niagara.
 
 
Puoi ascoltare o lasciare la tua memoria a Radio Giardino qui.