[di Elena Dolcini]
«Quello che non si è appreso dall’infanzia non si può sperare di apprenderlo fino alla fine della vita. Allora ecco, filosofia e infanzia, significa non spiegare la filosofia ai bambini, ma dispiegare la filosofia nell’infanzia. Pensare alla filosofia come all’infanzia del sapere»
Giuseppe Ferraro, Bambini in filosofia, Castelvecchi, 2015.
Per il titolo di questo testo ho preso in prestito le parole di Success, una bambina di 9 anni che frequenta la terza elementare: durante una sessione filosofica all’interno del progetto “Costruire pensieri attraverso gli albi illustrati” da me curato per la scuola primaria Diego Fabbri di Forlì, i bambini si sono dimostrati molto interessati al tema della creazione, e, alla mia proposta di scrivere o disegnare qualcosa che loro stessi avessero creato, alcuni hanno evidenziato che anche l’attività mentale è una creazione.
Ancora una volta, mi è stato chiaro come l’infanzia possieda le parole, anzi il linguaggio che non sempre è scritto o parlato, per spiegare approcci filosofici complessi: Success, così come i tanti bambini che sono abili inventori di metafore, senza necessariamente sapere che cosa siano le figure retoriche (“La lingua del cane è una fetta di prosciutto cotto”, Adriano, 8 anni), ha accennato inconsapevolmente non solo alla tradizione pragmatista da cui ha avuto origine la Philosophy for Children, ma anche all’orientamento generale del dialogo filosofico come attività pratica e non come studio teorico.
Filosofi non si nasce, si diventa, e per quanto le verità dei bambini, che sono vicini agli “inizi” (G. Ferraro), ai perché, alle divagazioni divergenti come alle più spietate analisi logiche, siano da loro pronunciate con apparente naturalezza come un soffio di vento, il ragionamento critico non è innato, richiede esercizio, disciplina, fatica. Soprattutto, necessita di trovare spazio all’interno di un programma scolastico perché tutti possano, ognuno con i propri tempi e modalità, sintonizzarsi su quel tipo di investigazione che tanto piace ai bambini, se proposta loro attraverso il gioco e il divertimento.
A crederci è stata la scuola primaria Diego Fabbri di Forlì, nelle figure della Dirigente, delle insegnanti e dell’Associazione dei Genitori, che hanno sostenuto il progetto sopracitato: in alcune classi, dalla seconda alla quinta, ho proposto una pratica di dialogo filosofico a partire dalla lettura di albi illustrati e dalla successiva riflessione.

Agenda 3° B
Ogni incontro ha avuto una durata di due ore, strutturate sugli elementi costitutivi del metodo della Philosophy for Children, con l’intenzione di dedicare un tempo lento sia all’attività introduttiva sia alla lettura dei libri. Ogni laboratorio è stato inaugurato da un esercizio di costruzione, di ritaglio o di disegno, tentando di mettere a proprio agio soprattutto quei bambini che all’aggettivo “filosofico” sbarrano gli occhi, tra incredulità e timore di non essere in grado di adempiere al compito, qualunque esso sia, dell’attività.

Alcuni disegni di Amine, Shafa, Abdulla e Sebastian dalla mappa dei sogni
Un tempo simile, calmo e rallentato, è stato dedicato alla lettura dei libri a figure: per il progetto si sono scelti albi multi-tematici, per osservare come gli interessi dei bambini li avrebbero poi guidati nell’elaborazione delle domande. Spesso si sono adottati albi dal testo piuttosto breve perché, avendo tra gli obiettivi quello di riflettere anche sul libro stesso come oggetto-organismo-stimolo, è sembrato importante che i bambini lo avessero a disposizione nella sua completezza e non solo in parti.

A sinistra Il lupo, la papera e il topo, Mac Barnett e Jon Klassen, Mondadori, 2018; a destra Amandina, Sergio Ruzzier, Roaring Brook Press, 2008.
I bambini hanno amato leggere ad alta voce, alternandosi a seconda della porzione di testo tra le mani, aspettando il loro turno. Come spesso ho avuto modo di notare, la lettura si è confermata quel momento magico durante il quale anche la classe più vivace si concentra: ascoltare le voci degli altri mentre leggono è una potente metafora di rispetto, un frammento di vita democratica capace di ripetersi in altri contesti.

A sinistra The Room of wonders, Sergio Ruzzier, Frances Foster Books, 2006; a destra Si può avere la luna?, Tohby Riddle, Babalibri, 2020.
Nel loro illuminante Picturebooks, Pedagogy and Philosophy, Joanna Haynes e Karin Murris sottolineano come sia fondamentale, anche da parte dell’adulto, la volontà di “play inside the narrative ground created by fictional characters” (Routledge, 2012). Così come c’è chi sostiene sia preferibile inaugurare una discussione filosofica da uno stimolo il più possibile realistico, mimetico dei dialoghi quotidiani, dall’altro c’è chi accoglie e valorizza l’impianto fantasioso di alcuni albi illustrati come porta di ingresso per il pensiero complesso.

I posti preferiti dei bambini a Forlì
L’esperienza con i bambini della Diego Fabbri mi ha portato a riflettere sulla natura dello stimolo e sulla sua relazione con la domanda: spesso i bambini mi hanno chiesto delucidazioni riguardo al loro poter stare dentro l’albo illustrato abitandone o meno il paesaggio contingente. Alcuni hanno preferito “ancorarsi” al libro, sviluppando un ragionamento su dettagli testuali o visuali, altri si sono avventurati altrove, allontanandosi a poco a poco dalla lettura tout court, per astrarre concetti presenti nell’albo, ma senza esplicitare riferimenti specifici.
Se il dialogo filosofico si costruisce e ricostruisce passo dopo passo ogni volta, in relazione alle persone che intraprendono il percorso e ai contesti in cui questo si realizza, ogni esperienza vale per ciò che esprime e mette in evidenza: interessi, passioni, titubanze, modus operandi dei bambini che, gradualmente, imparano a sentirsi a loro agio nella scomodità della filosofia (Peter Worley), mettendo in pratica e apprendendo modalità critiche, dall’ascolto del pensiero altrui alla riconfigurazione di uno personale.

Autovalutazione di Lukas
Alcuni bambini di V elementare mi hanno detto che a loro è piaciuto molto cimentarsi in una “cosa difficile, ma non troppo”, parafrasando con parole “originali” quella zona di sviluppo prossimale che lo stesso Matthew Lipman, fondatore della Philosophy for Children ed estimatore di Vygotskij, pone al centro della comunità di ricerca.
Similmente al protagonista del libro Il sogno del gigante di Jon Fosse (Iperborea, 2026) che ha paura di pensare ma che poi prende in mano “Topolino” e pensa, e così come i tanti protagonisti di albi illustrati o di fiabe che lasciano, per curiosità o necessità, la loro casa per trovarne un’altra o per poi ritornare alla vecchia, uguali ma diversi, anche i bambini coinvolti nel progetto si sono spinti un po’ più lontano.

“Io prendo un vecchio topolino e penso”, da Il sogno del gigante, Jon Fosse, Iperborea, 2026
Tra gli obiettivi del progetto realizzato nella scuola Diego Fabbri c’è stata la sua divulgazione tra i genitori degli alunni, che sono stati coinvolti in una sessione filosofica pomeridiana intergenerazionale. In questa occasione si sono portate fuori dalla scuola pillole di ciò che è accaduto dentro, in un’accezione democratica e partecipativa della documentazione tout court, con la speranza di mostrare l’utile inattualità di una filosofia senza la “f” maiuscola, apparsa più come un processo che come una definizione, un cammino in fieri piuttosto che un’affermazione a cui aderire o meno.
Così come un’educazione alla lettura che voglia essere efficace e fare la differenza nelle tante quotidianità di bambini dalle abitudini e interessi eterogenei, anche il dialogo filosofico acquista un significato tangibile se incontra le vite della comunità tutta, non solo dei bambini, ma anche degli adulti a cui l’infanzia guarda e di cui spesso imita senza intenzionalità gli atteggiamenti.