Essere alberi

Nel settembre del 2022, in collaborazione con Barbara Cuoghi, abbiamo presentato su questo blog il progetto Lettere Verdi, dedicato alle scuole. Al progetto si può tutt'ora aderire: la sua realizzazione è libera, basta seguire le istruzioni per la sua attuazione (qui). Alle scuole che lo adottano chiediamo di farcelo sapere e se, possibile, di inviarci dei materiali che lo raccontino: testi e immagini da pubblicare in questo blog. Sul tema abbiamo presentato diverse esperienze: la prima, A scuola nel frutteto, della scuola secondaria di Calco, in provincia di Como, che trovate qui; la seconda, Lettere per creare legami, della Scuola dell’infanzia La casa del sole, Istituto comprensivo “Don Lorenzo Milani” Barberino Tavarnelle, Firenze, che trovate qui. La terza, C'era una volta un albero, raccoglie le lettere dei bambini di 4A e 4B della Scuola Primaria “Giovanni Bonetto” di Albignasego (Padova) che trovate qui. Oggi vi proponiamo la quarta esperienza che si è svolta all'Istituto comprensivo Guido Novello di Ravenna. La racconta Lisa Bentini, insegnante di scuola secondaria, che ringraziamo.

[di Lisa Bentini]

Ma gli alberi erano tutto.

E come eravamo tristi quando ne moriva uno

(Louise Glück, Ricette per l’inverno dal collettivo)

Quando Giovanna Zoboli mi ha invitata a partecipare con la mia classe al progetto Lettere Verdi la prima cosa a cui ho pensato è stata mia madre. È lei che mi ha insegnato a disegnarli, prima delle case con i camini, il sole con i raggi e le facce dei bambini; a mano libera con la matita, le radici e poi il tronco, rami come lunghe braccia che si aprono e assottigliano verso l’alto. “Strano”, osserva un alunno, “come d’inverno si spoglino e al contrario, ai primi caldi, corrano ai ripari, coprendosi di foglie”. “Non è mica vero”, commenta un altro, “se pensi agli abeti e ai pini, alle loro eterne fronde” (ha detto proprio così, eterne fronde!). “Io gli alberi li disegno sempre con una chioma che sembra una nuvola”. “A me, invece, piacciono nudi”.

A mia madre devo gli alberi e i loro nomi, la forma delle foglie, gli erbari; le loro abitudini, preferenze e pure idiosincrasie; la lunga vita, ma anche la malattia, la morte, troppo spesso violenta, l’indifferenza di molti, la tristezza condivisa quando ne moriva uno. Insieme li abbiamo disegnati su tutti i supporti - foglio Fabriano, carta velina, acetato, legno - con la matita, i pastelli, i colori a cera, le tempera, gli acquerelli. Quando mia madre insegnava alla scuola elementare le chiamavano attività integrative: la rivedo con il camice bianco imbrattato e le maniche rimboccate che gira tra i banchi con un pugno di pennelli. Forse anche per questo seguo con stupita ammirazione il lavoro della maestra Enrica Buccarella: “Si insegna a disegnare come si insegna a leggere e a scrivere”, ha osservato in una delle sue riflessioni sul blog dei Topipittori (Bambini a bottega, come artisti e artigiani), “il tempo della scuola è prezioso, non è tempo per colorare schede fotocopiate”. E proprio in questi giorni, in cui mi affretto a raccogliere i testi scritti dai miei alunni, mi soffermo su un particolare pittorico realizzato da un alunno di Enrica: a colpirmi è la trasparenza delle ali di un’ape posata su un fiore giallo. “Non è un caso che tu l’abbia colto”, mi risponde, “è davvero un particolare importante: quando Alessandro ha deciso di disegnare le api si è accorto che la conoscenza generica che aveva non gli bastava e così siamo andati a cercare delle immagini. Lui avrebbe fatto le ali azzurre e invece si è accorto che sono trasparenti con una leggera velatura ambrata e sottilissime nervature”. “Disegnare”, ha concluso Enrica, “è il modo migliore per conoscere le cose e prestare attenzione ai particolari”.

Disegno di Alessandro, 8 anni

E allora: cosa sanno i miei alunni degli alberi? quali parole scegliamo per parlare di e con gli alberi? sappiamo ancora vederli, riconoscerli, ascoltarli?

Per sondare ho chiesto loro di pensare a un albero che incontrano nel tragitto casa-scuola, che vedono dalla finestra, che ha le radici nel loro giardino, e che in qualche modo ha attratto la loro attenzione; e poi ho chiesto di disegnarlo, scoprirne il nome, le abitudini, i gusti e, infine, di appuntare nel quaderno perché proprio quell’albero e non un altro. Per solleticare la loro immaginazione, invece, ho letto dei cartelli informativi sugli alberi che avevo fotografato, qualche settimana prima, a Villabassa, in Val Pusteria, in cui si descrivono gli alberi come fossero delle persone. “E voi che alberi siete?” ho chiesto alla classe, immaginando anche l’inverso, ovvero che le persone possano specchiarsi negli alberi. Le risposte sono state molte e tutte diverse - olmo, tiglio, quercia, abete, faggio, frassino - e le motivazioni più disparate: rimpiango di non avere preso appunti mentre ciascuno spiegava in cosa si sentiva “ciliegio” piuttosto che “pino”.

Sin dall’inizio il confronto con l’albero dà i suoi frutti: “Accanto a un albero”, scrive Isabella, “appoggiata al suo tronco, posso paragonare  il mio corpo a quello di un albero: come le sue radici lo tengono ancorato al terreno, così le mie gambe; il suo tronco è come il mio busto; i suoi rami sono come le mie braccia  e la sua chioma è paragonabile alla mia testa e come le sue foglie, anche i miei capelli svolazzano ai soffi del vento".

Nel frattempo, per rimanere in tema, in classe leggevo ad alta voce le metamorfosi vegetali narrate in Ovidio, da Dafne e Apollo a Filemone e Bauci (quest’ultima nella bellissima edizione dei Topipittori). Sentivo, però, che mancava ancora qualcosa di fondamentale per avviare il nostro percorso: avevamo altresì bisogno di camminare tra gli alberi, lasciarci ispirare. A guidarci nei segreti del Parco Baronio di Ravenna abbiamo avuto una guida speciale: giocattolaio ed ecologista, Roberto Papetti ci ha mostrato il vecchio cedro del Libano (più di 350 anni!) accanto alla casa colonica, ancora intatta, che si affaccia sul parco; poi, passando per un sentiero non tracciato, quasi avventuroso per un parco urbano, ci ha nominato tutte le piante che incontravamo e fatto assaporare, stupendoci, i romici dalle foglie acidule e le samare (i semi giovani dell’olmo). Proseguendo la camminata, abbiamo avvistato una delle tre sorelle, la grande quercia che con la sua folta chioma ci ha invitato ad avvicinarci: sulla sua corteccia c’è appeso un piccolo gufo di legno che lo stesso Roberto ha costruito alcuni mesi fa per farle compagnia.

Quante cose si possono fare sotto-sopra-con-accanto a un albero?

Innanzitutto raccontare e giocare. Ci siamo seduti per terra a semicerchio ai piedi dell’albero e Roberto ci ha raccontato delle tre querce sorelle, una abbattuta dal Comune una trentina di anni fa, perché bisognava costruire una strada e siccome era ‘malata’ … “Vi ricordate, ragazzi”, intervengo io, il racconto di Matteo Maculotti, letto in classe? (Matteo Maculotti, Il dono del platano) - le storie degli abbattimenti sono tristemente uguali… Roberto ci mostra un grande libro che raccoglie i disegni e i pensieri dedicati alla quercia scomparsa dai bambini di una quinta elementare di tanti anni fa.

Poi, quando cala un po’ l’attenzione, come un prestigiatore, tira fuori dal borsone giochi da lui costruiti o ricevuti in dono e si inizia a giocare. Affinché l’altra sorella, a nemmeno cinquecento metri di distanza, non se ne abbia a male, le facciamo visita: nel tronco c’è una cavità che riconosciamo come un orecchio: Roberto si avvicina per sussurrarle un segreto. Ecco un’altra cosa che si può fare con gli alberi: confidarsi o, persino, confessarsi.

Tornati in classe, possiamo sbizzarrirci in un testo a elenco. La consegna riprende la domanda iniziale: Cose che posso fare sotto-sopra-con-accanto a un albero. Ecco alcune delle infinite azioni suggerite dai miei alunni che qui mi sono divertita a mescolare:

una dormitina durante le ore più calde del giorno; leggere un libro riparandomi dal sole con le sue fronde; giocare con il mio cane lanciandogli un rametto, rincorrere la palla; saltare la corda; dar fastidio agli uccellini miagolando; fare un pic-nic con la mia famiglia; arrampicarmi per godermi la vista; sentire il vento che mi passa tra i capelli; raccogliere i frutti dai rami; stare a penzoloni; scrivere; ballare; cantare; chiacchierare; litigare; baciarsi; abbracciarsi; incontrarsi; nascondersi; fare silenzio.

Poiché a elencare ci prendiamo gusto, aggiungo che salire sopra un albero può diventare un gesto di grande ribellione, addirittura sovversione di ogni ordine prestabilito; la cima di un albero diviene  luogo privilegiato del pensare e del guardare. Leggo ad alta voce il primo capitolo del Barone Rampante: alla storia di Cosimo Piovasco di Rondò, loro coetaneo, mi sembra impossibile non appassionarsi.

“ Ma non scende proprio mai, prof.?”

“Mai”

(Da qui: tenere i piedi sopra gli alberi)

In classe i miei alunni hanno già parlato di alberi con il professore di scienze e le professoresse di arte e geografia, che ho coinvolto in questo progetto: sanno già molte cose. Io aggiungo nutrimenti qua e là (Ovidio e Calvino, come ho detto, ma anche poesie di Dickinson e Caproni, per esempio, e riflessioni a partire dal libro che stiamo leggendo in classe, Il giardino di mezzanotte di Philippa Peirce…); mi manca solo di trovare delle consegne in cui convogliare tutto il loro sapere e sentire. Prima, però, avvertiamo ancora il bisogno di uscire dalla classe, respirare un po’ d’aria. Il primo giorno in cui intravedo un possibile accompagnatore, prendo la palla al balzo e li porto a scrivere sotto gli alberi dei giardini pubblici. Le consegne sono due: un piccolo riscaldamento della mano e del pensiero; il Penso, rigorosamente sotto un albero; il Vedo/Sento, preferibilmente tracciando una figura immaginaria, capace di ritagliare uno spazio preciso in cui dirigere lo sguardo (Cfr. A. Chiantera, E. Cocever, C. Giunta, Il laboratorio di scrittura a scuola, Carocci Faber 2017).

C’è chi davvero rincorre i pensieri con la penna senza mediazione e censura, come Giulio; chi, invece, preferisce sognare sotto un albero, come Guido.

Sono seduto su un albero e penso:

- al cibo, perché sono affamato 

- ad un panino con la cotoletta

- ai miei amici

- alle formiche che vedo su un albero 

- all’erba umida su cui ero seduto poco fa

- alla prossima partita di basket 

Sotto l’albero si può sognare l’incredibile: un super albero che salva il mondo dall’inquinamento, il primo albero a nascere sulla luna, il primo albero che ottiene l’oro ai campionati di nuoto e, chi lo sa, magari una quercia potrebbe essere governatore. 

Quanti sogni si possono fare con un albero. 

Voto per la quercia. Vai, siamo con te!

E c’è chi perlustra con lo sguardo in lungo e in largo, come Isabella:

Vedo le sfumature verdi del prato, le foglie secche cadute dagli alberi dai colori caldi, le margherite appena sbocciate con i petali bianchi come fiocchi di cotone e la corolla gialla come un piccolo sole. Vedo una coccinella poggiarsi delicatamente su un filo d’erba e colorare quel piccolo scorcio di paesaggio con la sua corazza maculata di rosso e nero.

Di ritorno dal parco penso che si dovrebbe fare più spesso lezione tra gli alberi, seduti sull’erba, in cerchio, ma anche soli.

È arrivato il tempo di chiudere il percorso: prendo spunto da tre poesie di Carl Norac che trovo in Il tuo nido, il mondo, fresco di stampa per i Topipittori, con le magnifiche illustrazioni di Anne Herbauts e la preziosa traduzione di Silvia Vecchini: Quello che devi sapere sugli alberi, Una confidenza e Un incontro. A partire dai titoli, che suggerisco di mantenere uguali, e dalle suggestioni che ci portiamo dietro, ognuno è invitato a scrivere un testo, in poesia, ma anche in prosa, e a inviarmelo su classroom.

Quello che devi sapere sugli Alberi (Sara)

Il Pino è un birbante

semplice, ma galante

E chi lo tocca sa già

che amato sarà.

 

La Palma è gentile

dolce, ma virile

Se le sue foglie ti accoglieranno

le cose miglioreranno.

 

Del Fico ti puoi fidare

sembra losco, ma è leale

Di segreti ne ha tanti

e non li racconta ai passanti.

 

La Quercia è anziana

saggia, e sana

Tante ne ha passate

ma poche ne ha perdonate.

Una confidenza (Emma)

“Mi sento sopraffatta dalla mia vita”

confesso alla magnolia

cercando un’opinione amica

 

Una confidenza (Sara)

Vorrei parlarti,

vorrei ascoltarti.

Ma hai la bocca cucita 

Dall’ignoranza degli altri.

 

Vorrei saltare,

vorrei giocare.

Ma hai le gambe incastrate

Dal cemento delle strade.

 

Vorrei leggere,

vorrei scrivere.

Ma hai i rami bloccati

Dai fili che ti stringono

 

Vorrei fare una confidenza

Una grande, una densa.

Perché non hai armi per giudicarmi

Ma solo il cuore per ascoltarmi

 

Una confidenza (Stefano)

Davanti a casa mia, nel mio cortile, i miei genitori piantarono un ulivo. Adesso è alto circa 4 metri,

ha il tronco grosso e alti rami robusti che vanno verso il cielo.

Durante il lungo lockdown ho passato molto tempo in sua compagnia, non si poteva fare molto

altro.

In uno di questi giorni un po' noiosi, mi sono messo a pensare a lui come se fosse un parente o un

amico di famiglia.

D’altronde lui c’era quando i miei genitori si erano trasferiti nella casa nuova, avrà visto la pancia

di mia madre crescere mentre ero dentro di lei.

Li avrà visti mentre correvano in ospedale a notte fonda per poi ritornare con me nel portenfant.

E da lì, mi avrà visto crescere.

Prima mi avrà guardato andare al parco col passeggino, poi tenendo la mano della mamma infine

correndo. Per poi passare ai potenti mezzi, come il mio primo triciclo, il monopattino e infine le biciclette, sempre più grandi.

Insomma è sempre stato lì fermo ad osservarci e a regalarci ombra, olive e ossigeno.

Adesso che sono solo, sotto le sue fronde, mi viene da pensare che potrei iniziare a confidargli

anche i miei pensieri, così io posso raccontargli tutto quello che mi succede e che lui avendo le

radici piantate nel terreno, non può vedere.

Un incontro (Sara)

Quando sono spensierata vado a trovare un albero

Non uno qualunque,

Il Fico matto del mio giardino

Esile e piccino

 

“Inutile” dissero

e così venne tagliato

Con quanta crudeltà,

non ci avevano pensato.

 

Lo guardo e gli sorrido

Non ricevo risposta

I rami interrotti,

quasi a farlo apposta.

 

Ma con molta cautela

Gli poso una mano sul tronco

Faccio un salto e ci salgo su

Era un amico

 

E il mio più grande amico fu.

Da ultimo, dopo aver riletto il Se fossi un albero di Giusi Quarenghi, incontrato a inizio anno, e ricordato la consegna iniziale di scegliere un albero, disegnarlo, descriverlo, commentarlo, invito la classe a immaginare di essere alberi, a diventare alberi: non più “Se fossi albero”, bensì “Sono albero”.

Io sono un albero (Sara)

Io sono il Fico Matto in via A. Monghini 13.

Per chi non lo sapesse “Matto”, per gli alberi, vuol dire che i frutti non sono commestibili e l’albero ha una malattia.

Tutti gli adulti dicono che non ho scopo, ma i bambini mi amano.

I ragazzi si arrampicano su di me, fanno gara a chi prende più frutti, mi fotografano; molti ci rimasero male quando venni tagliato.

Non sono morto, ma i miei rami e i miei frutti sì.

Mi rimane solo il tronco, che è abbastanza per sentire i bambini abbracciarmi.

Quando arriva la pioggia inizio a oscillare e a tremare; mi cadono tutte le foglie.

Quando arriva il sole mi rilasso, adoro il caldo.

La notte gli uccelli dormono sopra di me, cerco di scacciarli, ma sono così testardi da mangiare i miei frutti, e poi si sentono male.

Ho due amici, li vedo giorno e notte; il Giuggiolo e il Melograno, loro sono più fortunati di me, i loro frutti sono sani e buoni.

Ogni giorno è imprevedibile, non so mai se verrò potato definitivamente o se posso vivere un giorno in più.

 

Io sono un albero (Elena)

Io sono il Carrubo.

Il Carrubo dalla folta chioma,

dal possente fusto,

dai sottili e gracili frutti.

Io sono quell’albero istituito per ricordare gli innocenti, per commemorare i coraggiosi.

Vedo di fronte a me un grande prato con tanti alberi, proprio uguali a me, proprio come me, e vedo in loro tanta audacia, come le persone a cui sono stati dedicati.

Io sono quell’albero che non sarà mai dimenticato, perché chi fa del bene viene sempre ricordato.

 

Io sono un albero (Lucia)

Quando ho sete mi piace, con i miei lunghi rami, fare il solletico al cielo così che, lacrimando dal ridere, le sue lacrime mi dissetino.

Quando mi sento solo, chiedo al mio vicino qual era quella famiglia di uccelli che cercava casa, e la invito a fare il nido sui miei rami; così ne ricavo anche una sveglia allegra e leggiadra perché io so che gli uccelli mi sveglieranno con il loro cinguettio spensierato al mattino presto.

Quando ho caldo chiedo al vento di soffiare un po’ per me e gli prometto che poi gli farò cadere un po’ di aghi e di pigne con cui potrà giocare.

Quando mi sento birichino, cerco di far salire un po’ più in su la radice di destra, quella che da sul marciapiede, e inizio aspettare che un ciclista disattento la prenda e caschi, ma ovviamente senza che si faccia molto male, perché che divertimento ci sarebbe nel vedere una persona soffrire?

Quando cerco attenzioni mi metto a oscillare più forte che posso, preferibilmente in un giorno in cui tira un po’ di vento, e tutti parlano di me per una settimana.

Io sono il robusto pino della rotonda di Piazza Caduti.

Ho ricevuto testi bellissimi ed è stato difficile scegliere quali presentare qui (in nessun ho messo mano, solo in alcuni casi ho suggerito un piccolo cambiamento a voce). Nel leggerli, oltre a commuovermi, mi sono venuti in mente quei versi di Zoboli in cui si dice che nel bambino “brilla il genius loci/ antichissimo del bosco/ che sa, che nomina” (I bambini, Internopoesia).

Ora non resta che ricopiarli a mano e fare in modo che le nostre lettere verdi arrivino a destinazione.