L'arte di dimezzare un visconte

Intervista a Lorenza Natarella

[di Giovanna Zoboli]

In occasione del centenario della nascita di Italo Calvino, caduto nell'ottobre 2023, la casa editrice Mondadori, che ha in catalogo tutte le sue opere, ne ha rinnovato la grafica e la curatela proponendo nuove edizioni e adattamenti. Tra questi, la trilogia I nostri antenati, trasposta in romanzi a fumetti. Il primo a uscire è stato Il barone rampante (1957), raccontato da Sara Colaone, che Mario Onnis ha intervistato qui per il nostro blog. Il secondo, è Il visconte dimezzato (1952), di Lorenza Natarella di cui oggi vi proponiamo l'intervista. Il terzo sarà Il cavaliere inesistente (1959), a cura di Sualzo e Silvia Vecchini.

Prima di cominciare a lavorare su Il visconte dimezzato, ti vorrei chiedere, sei stata una lettrice di Calvino? Qual è stato il primo incontro con la sua opera e che relazione hai avuto con i suoi libri, nel tempo?

Da bambina avevo l’ossessione di Bianca Pitzorno e di Roald Dahl e leggevo poco altro, da ragazza a scuola mi annoiavo parecchio e snobbavo le letture classiche proposte, perciò sono approdata a Calvino soltanto intorno ai vent’anni, esausta della fase Stefano Benni e desiderosa di materiale più impegnativo. Ho sempre avuto la fortuna di poter attingere alla libreria sconfinata di mia madre, sceglievo in base ai titoli e alle copertine e ovviamente Se una notte d’inverno un viaggiatore fu il primo a colpirmi.

Edizione del 1979, che in quarta di copertina reca la scritta “Nel nuovo romanzo di Italo Calvino il mondo d’oggi è al centro di un vortice d’avventure tra la comicità e l’angoscia”.

Leggendolo pensai che era molto meglio di Stefano Benni - come avevo fatto a non accorgermene prima? - e che dovevo recuperare, ma sempre per quel desiderio di materiale impegnativo mi ero messa a leggere anche un gran numero di classici (in lingua meglio, per il fattore impegno) e Calvino venne snobbato in favore di Edgar Allan Poe, Kafka e Shakespeare. Qualche anno dopo, a Cìtila da poco avvenuta, fu Paolo Canton a farmi ricordare di Calvino, insistendo sul fatto che fosse molto importante che io leggessi la lezione sulla Leggerezza. Aveva ragione. Proprio mentre aspettavo di fare il primo firmacopie de La Cìtila per il primo BilBolBul a cui partecipavo da autrice, in Salaborsa, successe una cosa che secondo me se non fosse successa staremmo leggendo un Visconte a fumetti molto diverso: decisi di farmi passare l’ansia da prestazione rifugiandomi nella sezione Ragazzi della biblioteca, decidendo che ne sarei uscita entrando nel primo libro che mi sarebbe capitato sotto mano. Passai l’ora successiva a leggermi Il visconte dimezzato, appuntandomi la frase “Signore, niente spiace ai cavalli quanto l’odore delle proprie budella”.

Effetto sberla, Il visconte dimezzato è tuttora il mio romanzo di Calvino preferito, l’ho letto decine di volte. Quando Mondadori mi ha proposto di adattarlo a fumetti ho pensato “Che occasione sfacciatamente fortunata”.

Insomma sono stata ma soprattutto sono una lettrice di Calvino, nel senso che mentre lavoravo al Visconte per un anno avevo voglia di leggere soltanto lui e attualmente sono ancora in questa fase. Oltre al Calvino fantastico amo molto quello dei saggi: mi manca - per chiudere il cerchio e non sprecare tutti quei classici in lingua - giusto una copia di Prefazioni a Shakespeare.

 

Calvino è uno scrittore profondamente legato al mondo delle immagini e della visione. La mostra in corso a Roma, Favoloso Calvino, lo dichiara apertamente, testimoniando il suo rapporto con le fiabe, la pittura, il cinema, la scienza. Nel Visconte la qualità visiva della sua scrittura che ruolo ha giocato nella realizzazione delle immagini?

Un ruolo decisamente ingombrante, nel senso che sono diventata invisa a tutta la redazione che si occupava del progetto per il fatto che non mi andava di tagliare quasi nulla dal testo originale. Pensavo “Se questa per un caso fortunatissimo è la prima lettura di Calvino di un tredicenne, chi sono io per privarlo di queste immagini così come sono scritte?”.

Non volevo tagliare il testo per “sostituirlo” coi miei disegni, c’è una ragione se alcune immagini rendono meglio “non viste” ma appunto solo immaginate, e volevo conservare eventuali effetti sberla. Alla fine quindi ho disegnato in questa direzione, cercando di sottolineare ironia, simboli e contrasti e di creare un livello simbolico mio, fatto di colori e scelte di caratterizzazione dei personaggi.

Nelle Lezioni americane, Calvino spiega come, da molto piccolo, le immagini dei fumetti del Corriere dei Piccoli siano stati un innesco potente alla sua vena di narratore. Non sapendo ancora leggere i testi, li inventava. E, quando imparò a leggere, i testi che lesse gli parvero meno interessanti di quelli che aveva immaginato. Mi sono fatta l’idea che una delle decisioni più difficili, per te, sia stata come trasporre i testi del romanzo nella narrazione a fumetti.

…e ti sei fatta l’idea giusta! Prima di prendere la decisione di cui sopra, mi sono dannata nel tentare di capire quale fosse l’approccio giusto nell’adattamento di Calvino a fumetti e per settimane ho valutato se mi sentissi realmente all’altezza. Non si trattava per me soltanto di un lavoro da portare a termine e di un romanzo da ridurre, l’ho vissuta con enorme senso di responsabilità nei confronti dei giovani lettori contemporanei (a Canton posso confermare che Leggerezza devo rileggerlo periodicamente) e mi interessava soprattutto capire come potessi rendere un eventuale primo sguardo a Calvino memorabile per un tredicenne che è bombardato da stimoli visivi di ogni tipo. Ho pensato quindi di lavorare non tanto sulla trasposizione ma sul ritmo e sulla recitazione dei personaggi, di calcare Calvino secondo le suggestioni che mi offriva, in poche parole di rendere non soltanto il testo ma anche la mia personale esperienza di lettrice di fronte a questo testo. Leggendolo mi ero divertita, schifata, angosciata, interrogata, vergognata… quindi ho disegnato secondo divertimento, schifo, angoscia, interrogativi, vergogne.

Per quanto mi riguarda penso che la trilogia I nostri antenati, sia la cosa più bella che ha scritto Calvino, seguita dalle Fiabe italiane. I tre antenati, Visconte, Barone e Cavaliere, sono figure splendide, poetiche, letterarie, profondamente ironiche, in una parola molto riuscite e molto complesse. Quando ho saputo che stavi lavorando al Visconte, mi sono chiesta come saresti riuscita a dare corpo a una figura visivamente, perché simbolicamente, così difficile: un uomo a metà.

Sono d’accordo con la tua preferenza e la tua analisi del Trio Antenati, credo che l’idea di adattare proprio loro a fumetti sia stata perfetta per questi tempi letterari.

A dire il vero, quando ho ricevuto la proposta di inventarmi un nuovo Visconte me lo sono subito immaginato così come poi l’ho fatto: imperioso ma goffo o goffo ma imperioso, il mantello è tutto. Il modo in cui si muove o si presenta il mantello fa recitare il personaggio in tutti i modi che voglio per entrambe le versioni, Gramo o Buono questi mezzi uomini sono il proprio mantello, cioè come coprono ciò che gli manca. Su questo aspetto mi sono presa una licenza nell’adattamento: nella versione di Calvino il Gramo ha un mantello nero e il Buono ne ha uno bianco, ma questo nella versione disegnata avrebbe reso troppo evidente la differenza tra i due e meno credibile la confusione del Narratore e degli altri personaggi nel distinguere le due parti. Perciò ho dato a entrambi un mantello rosso, che è il colore più drammatico che utilizzo nella storia.

La ferita non si deve mai vedere e nell’unica scena in cui sarebbe stato possibile vedere il Visconte dimezzato senza mantello, dimezzo anche l’inquadratura. Volevo che rimanesse tutto il più possibile immaginato.

Il primo tentativo in assoluto di Visconte e di trattamento della pagina, quando ancora mi illudevo di poter usare pochi colori.

Credo che la scelta di Mondadori di affidarti proprio il Visconte della trilogia, sia stata molto azzeccata. Dei tre antenati è il meno rassicurante, così diviso fra pulsioni distruttive e autodistruttive, amore di sé e degli altri. Tu ami i personaggi ambigui, sfaccettati, sfuggenti, trattati attraverso il registro ironico che ti è congeniale. Già ne abbiamo avuto prova con il ritratto della Callas che ha restituito ai lettori una figura per niente idealizzata, ma anzi contraddittoria, imperiosa, persino antipatica, drammatica ed esilarante, nella sua grandezza. I due hanno qualcosa in comune?

Certamente, sono rimasta profondamente affascinata e influenzata da queste figure proprio per questa ragione. Tu che mi conosci bene come persona e come autrice hai avuto il colpo di genio di invitarmi a leggere la biografia di Maria Callas scritta da Camilla Cederna, e fu proprio quella a farmi scoprire il lato “gramo” del personaggio e farmi nascere il bisogno di raccontarlo nella contemporaneità. In Sempre Libera ho scelto di concentrarmi su un ritratto spietato piuttosto che lusnghiero perché ritengo che la Callas, per essere compresa nella sua complessità, necessitasse di uno sguardo prolungato sui suoi aspetti meno divini e più umanamente difettosi. Mi piace molto far recitare questo genere di personaggi nel fumetto, credo che sia un mezzo che riesce particolarmente bene a rendere narrativamente efficace la loro ambiguità, proprio per il doppio registro di testo e immagini. Il Visconte dimezzato è stato un invito a nozze, da questo punto di vista.

Il visconte dimezzato contiene una delle frasi più celebri di Calvino: “Alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”, una riflessione geniale, soprattutto pensando alla profonda ironia di darle corpo nella figura di un uomo letteralmente diviso a metà. In realtà a pronunciarla è il nipote di Medardo, che poi è la voce narrante, una figurina tipicamente calviniana, quella dell’osservatore esterno che guarda e commenta. Come la figura del Visconte anche per quella del nipote hai scelto una caratterizzazione di grande semplicità ed eleganza. Oltretutto un po’ ti somiglia nei tratti, questo personaggio.

Anche il Narratore, come il Visconte, era piuttosto chiaro nella mia immaginazione quando ho iniziato a fare le prime bozze di prova per il progetto. Volevo che, tra tutti, risultasse il personaggio meno caratterizzato, per sottolineare la qualità in fieri della sua personalità. Per questo l’ho anche fatto vestito di bianco e di nero, a metà anche lui. Sappiamo che il Narratore racconta una parentesi temporale di qualche anno: la storia inizia che lui ha “sette o otto anni” e finisce con il suo ingresso nell’adolescenza. Non sappiamo, invece, quanti anni abbia quando ci racconta questa storia, ma dalla consapevolezza con la quale pronuncia frasi come quella che citi possiamo immaginare che ci parli ormai adulto. In effetti, lavorando al Visconte ho pensato molto all’esperienza di narratrice di fatti d’infanzia e di famiglia che ho fatto per Gli anni in tasca e sicuramente questo avrà inconsciamente influenzato il modo in cui ho disegnato il Narratore, che effettivamente in molti aspetti assomiglia alla Cìtila. Entrambe dopotutto sono storie di formazione. Possiamo quasi azzardarci a dire che Il visconte dimezzato è un Anni in tasca ante litteram?

A sinistra primissime bozze di Narratore: solo oggi mi accorgo di essermi identificata fin dal primo momento.

Che cosa vuol dire mettere le mani su un capolavoro come Il visconte dimezzato, con una struttura così articolata e una tale ricchezza di personaggi e punti di vista, per darne una lettura attraverso un altro medium? Come si affronta un lavoro del genere?

È stato senza dubbio il progetto più complesso e impegnativo che mi sia mai trovata ad affrontare, ma anche il più divertente e soddisfacente. L’ho preso - come tendo a fare in generale con i fumetti - come una missione: se devo dedicare un anno di lavoro a qualcosa, voglio che sia esattamente come la desidero e dedico a questo obiettivo la quasi totalità delle mie energie.

Dal punto di vista dell’assetto mentale, di solito affronto questo genere di lavori dedicando loro quello che chiamo “un quaderno del fomento”, ovvero un quaderno che utilizzo per “visualizzare” il libro finito e lavorare alla sua struttura. Questo mi aiuta a tenere presenti la destinazione e la strada che ho deciso di percorrere, e a non scoraggiarmi (mi scoraggio abbastanza facilmente).

Dal punto di vista creativo, ho lavorato molte ore al giorno tutti i giorni e gestito autonomamente le varie fasi: due mesi per impostare uno stile e fare una scenaggiatura disegnata, quattro mesi per fare uno storyboard molto dettagliato e l’editing dei testi, sei mesi per la versione definitiva e colorata delle tavole. Detta così suona lineare, ma ognuna di queste fasi ha portato quesiti tecnici e narrativi diversi che non avevo mai affrontato e che ho dovuto gestire in tempi molto stretti. Inoltre purtroppo sono matta, perciò più il lavoro è impegnativo più mi stimola a pormi sfide professionali inedite. Ad esempio, una volta capito che sarebbe stato un fumetto molto ricco di testo, ho preso l’iniziativa di creare un font della mia grafia per rendere il risultato più coerente, armonico e leggibile. Non era tra i piani iniziali della casa editrice, ma diciamo che divento piuttosto volitiva quando ho tra le mani un progetto di questo calibro.

Quanto hai lavorato alla graphic novel e quali sono state le cose più piacevoli e quelle più ostiche in corso di realizzazione?

Ricapitolando, un anno intero. Dodici mesi non sono neanche molti per un lavoro di questo tipo, ma preferisco avere tempi stretti perché mi consentono di prendere decisioni più istintive e di cedere meno alla mia naturale tendenza a scoraggiarmi e a rallentare proprio sulle cose ostiche. In questo caso sono stata molto felice di avere poco tempo per preoccuparmi di: quanto tagliare Calvino, disegnare centinaia di cavalli, gestire l’esigenza editoriale di una colorazione più ricca di quella che normalmente gestisco. Ho risolto velocemente non tagliandolo, disegnando cavalli davvero molto veloci, scegliendo una palette improbabile e violenta per spiazzare lettore e casa editrice. Mi sono detta “Se proprio devo colorare, allora COLORERÒ”.

La cosa più piacevole è stata senza dubbio lavorare tenendo presente un giovane lettore che leggesse questo fumetto da solo nella sua cameretta, come facevo io: ricordarmi di cosa mi teneva incollata alle letture mi ha aiutato a fare scelte più azzardate e mosse dal divertimento.

Qual è stato l’aspetto più significativo di questo lavoro, quello che ti ha lasciato e ti rimarrà?

Senz’altro, con la scusa del lavoro, aver potuto passare tutto questo tempo a fare sempre più intime riflessioni su quest’opera, che già amavo ma che adesso penso di aver finalmente capito.