Cosa fare di una pagina bianca a tredici anni?

[di Beatrice Bosio]

Un paio di mesi fa ho incontrato sei classi seconde di una secondaria di primo grado a nord di Milano. Due sezioni per ora, cioè un centinaio di ragazzini tra i dodici e tredici anni nell’arco di tre ore. Una cosa divertente che potrei anche rifare.

Non entravo in una scuola in veste di “insegnante” dalla primavera del 2023, quando, subito dopo la laurea in Scienze della Formazione Primaria, ero stata chiamata per una supplenza di tre mesi in una terza primaria, sempre nella periferia milanese. Un periodo breve, ma sufficiente a convincermi di una cosa: mette più ansia stare dietro a una cattedra che a un banco. Vi garantisco, infatti, che per un insegnante è giorno di verifica – e di quelle davvero toste e temibili – ogni santo giorno. A valutarlo sono gli alunni, venti per volta come minimo, giudici severissimi, sfacciati e poco inclini ai convenevoli. Tutt’altro che una passeggiata, insomma, specialmente per chi, come la sottoscritta, ha problemi di insicurezza e vorrebbe compiacere tutti. Per fortuna ho trovato ripiego nell’editoria, dove lavoro stando dietro a un computer e a valutarmi ci sono solo due Topi – persone esigenti, sì, ma dai modi garbati e gentili (Tuono Pettinato avrebbe di che dissentire).

  

Confesso, però, che a volte il confronto diretto con bambini e ragazzi un po’ mi manca, compresa la loro sfrontatezza nel dar voce a certi pensieri, giudizi schietti compresi. Ecco perché, quando Maria Chiara Coppola, della libreria Alaska di Affori (Milano), mi ha chiesto di affiancarla in un laboratorio di poesia presso le medie di quartiere, ho accolto con entusiasmo la proposta.

Di poesia, fino a non molto tempo fa, sapevo ben poco. O meglio, mi limitavo a quanto appreso studiando letteratura, prima alle medie e poi al liceo classico. Era un genere che apprezzavo, ma confinavo all’orario scolastico, a differenza della narrativa, che leggevo con voracità per gran parte del tempo libero. Anche in adolescenza, quando ho scoperto il piacere della scrittura, sono rimasta fedele alla prosa, tenendomi a debita distanza, per chissà quale timore, dai versi. È stato grazie al corso di Letteratura per l’infanzia frequentato all’università che mi sono riavvicinata e ho finalmente esplorato con curiosità il mondo della poesia, quella per bambini e ragazzi soprattutto, ma anche quella contemporanea per adulti. Ho iniziato a leggere Silvia Vecchini, Giusi Quarenghi, Bruno Tognolini, Roberto Piumini, Chiara Carminati e, parallelamente, Patrizia Cavalli, Antonia Pozzi, Mariangela Gualtieri, Chandra Livia Candiani. Più leggevo i loro versi, più volevo provare a scriverne di miei. Ma da sola non mi autorizzavo a farlo. Allora ho frequentato due laboratori di scrittura poetica di Silvia Vecchini, che ha il merito incredibile di saper condurre chiunque dal silenzio alla parola. Particolarmente significativo è stato soprattutto il secondo laboratorio, che l’autrice ha tenuto da Volume BK (Milano) lo scorso autunno e ha incentrato sul suo ultimo saggio C’è una poesia che ti aspetta. Pensieri e pratiche per scrivere insieme (Topipittori, 2025) – che, grazie al fortunato lavoro in casa editrice, avevo potuto leggere e apprezzare prima ancora che fosse pubblicato.

S. Vecchini, C’è una poesia che ti aspetta, Topipittori, Milano 2025, pp. 10-11.

Di questa esperienza laboratoriale, e più in generale del mio rapporto con la poesia, ho parlato un giorno a Maria Chiara, che, essendo Alaska, la sua libreria, a due passi da casa mia, è ormai un’amica, oltre che una collega della filiera. E così mi sono ritrovata coinvolta nella progettazione e nello svolgimento del laboratorio di poesia per ragazzi che i professori della secondaria di primo grado di via Giorgio Sand le avevano commissionato in occasione della settimana della lettura, che l’Istituto Comprensivo Don Orione, di cui la scuola fa parte, organizza ogni anno a metà marzo.

Grande entusiasmo, dicevo, ma anche grande agitazione: come convincere degli adolescenti a scrivere qualcosa di sensato e di cui essere un minimo soddisfatti, in meno di un’ora?

L’ispirazione mi è venuta rileggendo un capitolo del saggio di Vecchini, appunto, sui laboratori di poesia per ragazzi, Scrivere adolescente, che comincia così: «Scrivendo per ragazzi, mi sono soffermata spesso sul confine tra infanzia e adolescenza, un passaggio così personale che non smette di attrarre la mia attenzione. L’esplorazione della propria identità in trasformazione durante l’adolescenza torna in tutto ciò che ho scritto» (p. 218). E torna in ciò che hanno scritto, o illustrato, anche altri autori del catalogo Topipittori, specialmente nella collana di poesia ‘Parola magica’. Allora ho deciso di selezionare alcuni di questi testi e di dedicare l’incontro con gli studenti di via Sand proprio al tema dell’adolescenza, esperienza per loro presente, viva, condivisa, fatta di immagini molto concrete.

Riporto di seguito i brani scelti e letti ad alta voce durante il laboratorio, le riflessioni dei ragazzi e alcune delle cose che hanno scritto.

S. Vecchini, B. Tognolini, G. Orecchia, Canti dell’inizio Canti della fine, Topipittori, Milano 2024, p. 28.

S. Vecchini, F. Chiacchio, Acerbo sarai tu, Topipittori, Milano 2019, pp. 54-55.

Le medie sono uno spartiacque, un momento di transizione, una soglia che, attraversata, conduce dall’essere bambini all’essere grandi. A dodici o tredici anni, l’infanzia può sembrare cosa superata e ormai lontana, invece è dietro l’angolo, a portata di mano. Basta voltarsi di poco per vederla ancora chiaramente. Le due poesie proposte all’inizio sono state proprio questo: un invito a guardarsi indietro, a rievocare un tempo che ci si è appena lasciati alle spalle, ma che forse non si è del tutto concluso. O di cui, quantomeno, si conservano nitidissimi i ricordi – come il sogno del letto-scialuppa o la paura di spaventosi mostri nascosti nel buio.

 N. Budde, Sangue dal naso e altre avventure, Topipittori, Milano 2017, pp. 102-103.

Anche la doppia del fumetto autobiografico di Nadia Budde, Sangue dal naso e altre avventure (Topipttori, 2017), è una finestra spalancata sull’infanzia, dalla quale potersi affacciare per riassaporare il gusto di essere bambini. Leggendo le voci del fitto elenco, gli alunni – ma anche i professori che li accompagnavano – hanno avuto l’impressione che si parlasse proprio di loro. Da piccoli, chi non ha mai giocato a mammapapàfiglio? Chi non è mai caduto? Chi non si è mai perso in spiaggia o in un centro commerciale? Chi non ha mai spiluccato nel piatto, scarabocchiato sul banco, mangiato schifezze, mentito? Il ritratto che Budde restituisce della sua infanzia anni Settanta in Germania Est è così puntuale, brillante e minuzioso da riuscire a descrivere meglio di qualsiasi generica definizione cosa voglia dire essere bambini, ora come in passato, qui e altrove. Questo testo ha fornito la traccia per il primo esercizio di scrittura – tra quelli suggeriti da Vecchini in C’è una poesia che ti aspetta. Ho chiesto, infatti, ai ragazzi di ricopiare su un foglio “Essere bambini era” e di completare la frase attingendo dai propri ricordi, meglio se precisi e dettagliati: un’indicazione semplice e diretta, che hanno seguito senza difficoltà, per nulla intimoriti dalla pagina bianca.

 N. Budde, Sangue dal naso e altre avventure, Topipittori, Milano 2017, pp. 108-109.

Condivido alcune delle cose che hanno scritto e letto a voce alta al resto del gruppo: «Essere bambini era: fare amicizia con un “ciao”; saper giocare con gli sconosciuti; credere a tua madre quando ti dice “Vieni che non ti faccio niente!” o “Dimmelo che tanto non mi arrabbio!”; fingersi addormentati in macchina per essere riportati a casa in braccio; stare nel carrello della spesa; mettere i tacchi della mamma o le cravatte del papà e fare le sfilate per casa; dire parole inventate fingendo di saper parlare altre lingue; fare la lotta coi cuscini; raccontare tante bugie; ricevere i soldi dalla fatina (o dal topolino) dei denti; ammalarsi continuamente; fingere un terribile mal di pancia per tornare a casa prima da scuola; essere sempre protetti; finire l’estate con entrambe le ginocchia sbucciate».

 N. Budde, Sangue dal naso e altre avventure, Topipittori, Milano 2017, pp. 176-183.

Se per Nadia Budde l’infanzia è “tutto” e il mondo degli adulti, di contro, un infernale precipizio nel quale si cade vorticosamente sino all’inesorabile – e per lei salvifica – morte, per altri scrittori lo scenario è decisamente meno drammatico.

 

A sinistra: S. Vecchini, B. Tognolini, G. Orecchia, Canti dell’inizio Canti della fine, Topipittori, Milano 2024, p. 29.

A destra: S. Vecchini, M. Marcolin, Poesie della notte, del giorno, di ogni cosa intorno, Topipittori, Milano, 2014, p. 53.

Diventare grandi può essere, allora, l’inizio di una “nuova avventura”, “un tuffo nello spazio”, un viaggio verso una terra sconosciuta ma seducente, che promette opportunità e possibili meraviglie. Dopo aver commentato insieme queste due poesie, ho proposto ai ragazzi una seconda attività di scrittura, consigliata sempre da Vecchini nel suo saggio: ovvero, proseguire la frase “Crescere è”.

Queste sono alcune delle parole che ho raccolto dagli studenti al termine dell’esercizio: «Crescere è: uscire da soli; non avere più paura della soffitta o della cantina; riuscire a scavalcare il cancello della scuola; essere alti abbastanza per poter fare le giostre più pericolose; ricevere la paghetta; conoscere nuovi significati; sapere più cose; avere più responsabilità; guardarsi allo specchio e vedersi cambiati; copiare durante le verifiche; riconoscere le vere amicizie; pensare più a quello che verrà in futuro che al passato; lottare per i propri sogni».

V. Ronchi, A. Lazzarin, Un quaderno nuovo, Topipittori, Milano 2025, pp. 8-11.

Ho concluso il laboratorio con la lettura di alcune pagine di Un quaderno nuovo di Valentino Ronchi e Alessandra Lazzarin (Topipittori, 2025), una raccolta poetica con la voce narrante di un tredicenne, che, ricevuto in dono dallo zio ex-pugile un quaderno nuovo, appunto, lo riempie di versi sulla sua vita di adolescente: la scuola, la famiglia, le amicizie, il primo amore, i ricordi del passato, i sogni per il futuro.

Le prime due poesie in particolare mi sembrano racchiudere perfettamente il senso del percorso, per quanto breve, svolto insieme alle classi seconde di via Sand e quanto emerso dalle loro riflessioni. Raccogliendo il mio invito alla scrittura, infatti, i ragazzi si sono dimostrati grandi abbastanza “per saper cosa fare di una pagina bianca”. E proprio come il protagonista dei testi di Ronchi e delle illustrazioni di Lazzarin, che, seduto con le gambe a penzoloni sul sopra-box ormai facilmente raggiungibile, ammira “quanto fatto fin qui” e “quanto ancora dev(e) fare”, anche loro, dotati di carta e penna, hanno salutato i bambini che sono stati e abbracciato gli adolescenti che sono oggi, in attesa degli adulti che diventeranno.